martedì 16 marzo 2021

BILA NEMOC LA MALATTIA BIANCA (Karel Čapek)

ben volentieri mi trasferisco questo articolo di Alessandro Catalano  su di una opera di  Karel Capek  stante  la trama così similare all'attuale distopia che stiamo vivendo

 “In Cina, caro mio, quasi ogni anno spunta fuori qualche nuova malattia interessante” è la battuta, dal tono vagamente premonitore, pronunciata da un cinico personaggio del testo teatrale Bílá nemoc (La malattia bianca), portato sulle scene a Praga nel 1937 da Karel Čapek (1890-1938). Come in tutte le opere dello scrittore ceco che, tra le altre cose, ha creato il personaggio letterario del robot, il fantastico irrompe nella quotidianità con tutta la sua carica di devastazione, come purtroppo avviene in occasione di ogni pandemia imprevista e sconvolgente. Dopo un sofferto dialogo con pesanti toni da tragedia medievale tra tre appestati, il vanitoso consigliere di corte Sigelius, nel corso di una autoreferenziale intervista propagandistica, spiega a un giornalista la natura della pandemia in corso: la malattia infettiva morbus tschengi (dal nome del medico cinese che l’ha descritta per primo), trasmessa “da un agens ancora ignoto”, contagia le persone con più di 45 anni, si manifesta con l’insorgere di macchie bianche sul corpo e ha già portato alla morte “almeno cinque milioni di persone”. Legata alla cupa atmosfera della fine degli anni Trenta, La malattia bianca rappresenta molto più che la dissoluzione di una società, affrontando il complesso problema del legame tra pandemia e svolta autoritaria. Čapek cerca affannosamente un artificio letterario per combattere la vertiginosa ascesa della dittatura militare in un bellicoso paese limitrofo, ricorrendo a un sofisticato rovesciamento del tema della degenerazione della razza, visto che a venire colpiti dal nuovo morbo sono proprio gli uomini dalla pelle bianca.

Il caso dello scrittore ceco non è certo nuovo e, com’è noto, le epidemie hanno offerto ripetutamente, nella storia recente e più remota, lo spunto per raccontare il crollo delle società e la disperazione individuale di fronte all’improvvisa diffusione di un nemico subdolo e invisibile. Spesso portata dall’esterno da inconsapevoli untori, poi liquidati come capri espiatori, la pandemia si è dimostrata uno strumento letterario potente per disegnare mondi distopici attigui al nostro, senza dover inventare complesse società sviluppatesi dallo sfruttamento di mirabolanti scoperte scientifiche o in conseguenza di incredibili viaggi intergalattici. Spesso metafore di derive ideologiche e sociali, le epidemie sono state sfruttate da scrittori molto diversi tra loro, da Daniel Defoe ad Albert Camus, passando per Edgar Allan Poe, Alessandro Manzoni, Jack London e molti altri. Ma, nelle società occidentali, in tempi recenti le pandemie sono tristemente tornate di attualità anche come fenomeni reali, rendendo nuovamente attuali testi e pellicole di molti anni fa.

Non c’è troppo da meravigliarsi che uno scrittore come Karel Čapek, da sempre legato al tema del difficile rapporto tra scienza e potere, abbia sentito, nel 1937, l’esigenza di scrivere un’opera teatrale in cui l’epidemia si fa metafora delle preoccupanti pulsioni totalitarie della vicina Germania. Sintomatiche delle preoccupazioni di molti intellettuali cechi, dopo l’ascesa di Franco in Spagna e la generale militarizzazione europea, sono anche le illustrazioni, opera del fratello dell’autore, il pittore Josef Čapek, tratte dal ciclo Gli stivali del dittatore, anch’esso del 1937. Nella Malattia bianca il tema della contrapposizione tra dittatura e democrazia si fonde in modo originale con quello della diffusione incontrollata della pandemia e della lotta per il dominio del pianeta per sollevare un profondo e sostanziale interrogativo: è lecito sottoporre i potenti del mondo a un “ricatto pacifista”, negando loro la cura di una malattia spaventosa, a meno che non rinuncino alle guerre?

Gli stivali del dittatore

Va ricordato che Karel Čapek aveva scritto un primo “ciclo” di opere a carattere distopico tra il 1920 e il 1924, in cui scoperte di carattere scientifico-alchemico alteravano l’ordine naturale delle cose, provocando la rovina del mondo. Nella fortunatissima opera teatrale R.U.R. Rossum’s Universal Robots (1920), di recente pubblicata in una nuova traduzione da Marsilio, aveva presagito l’introduzione nel mercato dei robot (in realtà sotto forma di androidi) che avrebbero dovuto affrancare l’uomo dal lavoro, creando un neologismo, in verità coniato dal fratello Josef a partire dalla parola ceca robota (lavoro servile, fatica) destinato a un incredibile successo.Poco dopo i palcoscenici mondiali hanno accolto con favore anche Věc Makropolus(L’affare Makropulos, 1922), messo in scena con grande successo anche in Italia da Luca Ronconi, in cui la scoperta dell’elisir della lunga vita rappresenta in realtà un pretesto per indagare i problemi connessi al desiderio di liberare l’uomo dalla morte. Nello sperimentale romanzo-feulleiton Továrna na absolutno(La fabbrica dell’assoluto, 1922), di cui Voland ha appena proposto una nuova traduzione, protagonisti sono invece degli stupefacenti “carburatori” nucleari che producono come materiale di scarto nientemeno che l’assoluto, la divinità, con il conseguente stravolgimento di ogni valore umano. Questa serie è stata chiusa da Krakatit (Krakatite, 1924), che finalmente Miraggi ha presentato per la prima volta anche ai nostri lettori sanando uno dei maggiori debiti dell’editoria italiana. Quest’ultimo romanzo vede il febbrile protagonista Prokop, scopritore di un devastante esplosivo basato sulla fissione nucleare, alle prese con la concreta opportunità di poter dominare il mondo. Se in tutte queste opere l’unica possibile soluzione al conflitto era la distruzione della scoperta che aveva provocato lo stravolgimento dell’ordine e il conseguente ritorno alla vita “naturale”, molto più cupo sarà il finale del secondo ciclo di opere utopiste della seconda metà degli anni Trenta. Del romanzo 1936 Válka s mloky (La guerra delle salamandre), uno dei testi in assoluto più noti di Čapek, esistono varie edizioni della stessa traduzione italiana, particolarmente preziosa è quella del 1961, arricchita dalle curiose illustrazioni di Tono Zancaro. Il romanzo riprende in una nuova forma sperimentale la formula dei robot, dando vita però all’evoluzione di un nuovo alter ego dell’uomo dalle caratteristiche ridotte e alterate, ideale per essere sfruttato a fini lavorativi e bellici. Il fossile di una grande salamandra estinta, all’inizio erroneamente attribuito da Johann Jacob Scheuchzer, nel 1725, a “un uomo che fu testimone del Diluvio universale” offre a Čapek la straordinaria opportunità di analizzare il totale fallimento dell’uomo nel rapporto con questo essere dalla “natura golemica e diabolica” (G. Giudici), che lo priverà progressivamente di ogni spazio vitale.

La malattia bianca, pubblicata dalla rivista Sipario nel lontano 1966 in un numero speciale dedicato al teatro cecoslovacco e mai più riproposta in italiano, porta invece sul palcoscenico un insolito scontro tra le pulsioni totalitarie della società e il curioso tentativo di imporre l’utopia della pace. Il medico Galén, ennesimo nome “parlante” dell’opera di Čapek, è infatti l’unico in grado di curare la pandemia ma, in cambio del siero, pretende dai potenti del mondo l’impegno a rinunciare alla guerra (“E io non la darò finché… finché non mi prometteranno che non si ucciderà più”). L’irremovibilità del medico, in evidente contrasto con il suo giuramento, incontra comunque il netto rifiuto del dittatore: “Non possiamo mica permettere che un qualsiasi utopista c’imponga le sue condizioni!”. In un’atmosfera di febbrile militarizzazione e fabbriche a pieno servizio dell’industria bellica, di produzione di gas tossici e proposte di rinchiudere i malati in campi di concentramento, un inquietante Maresciallo vuole realizzare la sua “missione superiore” nell’interesse del suo popolo, e sta per proclamare la guerra contro “quel piccolo, miserabile staterello che aveva creduto di potere impunemente provocare e offendere il nostro grande popolo”. Il contesto non può naturalmente non richiamare la contrapposizione tra la piccola Cecoslovacchia democratica e la Germania nazista, che da lì a poco avrebbe portato alla fallimentare Conferenza di Monaco, che Čapek ha commentato infatti con queste amare parole: “non ci hanno venduti, ci hanno dati in regalo”. Non stupisce dunque che La malattia bianca, in modo alquanto inconsueto rispetto alla produzione dell’autore ceco, si chiuda senza alcuna speranza: quando il Maresciallo malato sembra deciso a proclamare la pace, Galén resta schiacciato nella ressa mentre sta andando a portargli la medicina. Il passo indietro del dittatore è quindi impedito da una folla ottusa che grida “Un traditore di meno. Gloria al Maresciallo!”.Se Krakatite è un romanzo-mondo, che attira il lettore in un vortice di temi e stili diversi, anche La malattia bianca, diviso in tre atti intitolati “Il Consigliere di Corte”, “Il barone Krüg” e “Il maresciallo”, è un’opera che osserva le vicende da punti di vista divergenti e con cambiamenti di scena repentini. I tre atti possono essere infatti letti come i frustranti incontri/scontri di questo “bambinone”, com’era scherzosamente chiamato Galén da giovane, con la scienza, la grande industria e lo stato militare, in un momento di evidente deformazione del funzionamento delle società moderne. E qui il Maresciallo, il grande imprenditore Krüg (dal tedesco Krieg, la guerra), lo scienziato Sigelius (dal tedesco Siege, la vittoria) e la folla ideologizzata testimoniano il fallimento di un’intera società, chiaramente modellata su quella tedesca, anche se in Čapek non mancano mai i riferimenti al modello originale delle dittature degli anni Trenta, il fascismo italiano. Con grande gusto l’autore ceco si sofferma in particolare sulla malleabilità della scienza di fronte alle pulsioni totalitarie, offrendo una mordace satira del servilismo e sciovinismo di quelle classi intellettuali che, in un articolo, ha definito “prostitute dei regimi contingenti e delle loro ideologie”, vendutesi per “un piatto di lenticchie”. Ciò che sta a cuore all’autore è infatti il confuso legame tra populismo, potere e malattia, che tristemente vediamo all’opera anche nel tempo presente.

A questo piano della “grande storia” si alterna la storia privata di una famiglia normale, grazie alla quale l’autore, attraverso il carrierismo del padre, può rappresentare la pandemia anche come bieca occasione di guadagno economico e sociale. Non a caso alla fine proprio il figlio sarà uno dei capi della folla che provoca la morte di Galén, questa sorta di Don Chisciotte dell’epoca totalitaria. Figura dai tratti di un messia, obiettore di coscienza a qualsiasi costo, quest’ultimo è un cittadino greco naturalizzato, ex assistente universitario, ora medico della mutua per via della sua origine sospetta, non è un grande arringatore di folle, anzi spesso si limita a ripetere frasi semplici («ma davvero non è possibile»), e si comporta come uno straniero che osserva, suo malgrado, una società malata. La sua scoperta del siero permette a Čapek di sviluppare il tema del singolo che tiene in scacco l’intera umanità: nella prefazione ha ricordato che era stato un amico dottore a suggerirgli l’idea di un medico che scopre nuovi raggi potentissimi in grado di distruggere i tumori, cosa che dà presto allo scienziato un potere assoluto. Quello della responsabilità della scienza è del resto un tema che Čapek ha affrontato ripetutamente, in quest’opera rovesciando l’assunto di Krakatite: se lì era stato tratteggiato l’angosciante dilemma interiore di chi potrebbe diventare dittatore assoluto del mondo, qui è invece un medico che cerca di utilizzare il suo potere per il bene dell’umanità intera.Se nella versione manoscritta dell’opera il medico si chiamava Herzfeld ed era ebreo, a testimonianza della critica espressa nella prefazione (“non più l’uomo, ma la classe sociale, lo stato, la nazione o la razza è ora portatrice di tutti i diritti”), nella versione definitiva il rimando è stato spostato dall’autore verso la cultura greca. Com’era già avvenuto in R.U.R. e Krakatite, la perdita dell’eredità classica segna infatti, nella nostra storia e nella nostra cultura, una cesura di tali proporzioni da spalancare la strada alla barbarie. L’ingenuo tentativo di Galén di sfruttare l’influenza sociale delle élite per ottenere la pace a ogni costo, contrapponendosi al vero dittatore ed ergendosi a medico-dittatore e fanatico della pace, termina però con un completo fallimento. Come purtroppo vediamo anche ai giorni nostri, conoscere i sintomi di una malattia, come a volte la letteratura è in grado di fare con grande anticipo rispetto alla scienza, non significa certo aver trovato una cura. Da questo punto di vista Galén è stato quindi giustamente considerato la «prima vittima della Seconda guerra mondiale».Come spesso avviene nel caso delle opere letterarie dense e polisemiche, anche La malattia bianca assume oggi una serie di nuovi significati e si colloca in modo originale nella linea di opere letterarie centrate sulle pandemie che abbiamo tratteggiato. L’intera opera di Karel Čapek è infatti a lungo rimasta nell’ombra di una precisa linea evolutiva della distopia che, per semplificare, viene di solito descritta lungo la direttrice Wells-Zamjatin-Huxley-Orwell. Lo sperimentalismo con i generi letterari, il rifiuto del finale distopico e la mancata descrizione della società del futuro, collocano di per sé l’opera di Čapek in una posizione diversa. Anche se naturalmente non sono pochi i punti di contatto con molte importanti distopie della cultura occidentale, merita qui di essere citato almeno il film Vita futura (1936), con sceneggiatura di H.G. Wells, in cui un mondo distopico sconvolto dalla seconda guerra mondiale è attraversato in un lontano futuro da un’epidemia devastante («la piaga errante»).Va inoltre ricordato che La malattia bianca rappresenta per Karel Čapek un ritorno al teatro dopo una pausa di vari anni, legato evidentemente alla necessità di far tuonare nuovamente la sua voce sul palcoscenico, nella sua concezione dello spazio teatrale come un pulpito da cui ammonire l’umanità. Le prime notizie su una nuova opera teatrale risalgono al dicembre del 1936, e il testo è stato pubblicato e messo in scena per la prima volta, a Praga e a Brno, nel gennaio del 1937. La rappresentazione ha suscitato, anche per l’attualità internazionale del tema, un’eco notevole, seguita poi dal conferimento del premio di stato per la letteratura. Uno dei grandi promotori della letteratura ceca all’estero nel periodo tra le due guerre, Max Brod, ne ha subito predetto il sicuro successo internazionale e Thomas Mann ha poi parlato di “successo trionfale” e di una fusione di elementi fantastici e simboli realizzata “con la maggiore vitalità e plasticità possibili”. Meno entusiasta è stato Karel Čapek rispetto alla messa in scena londinese del 1938 (con il titolo Power and Glory), in cui il regista ha deciso di far recitare i ruoli del dottor Galén e del Maresciallo allo stesso attore. Nella rassegnata riflessione affidata a una lettera inviata al Manchster Guardian, Čapek, pure avvezzo al continuo fraintendimento delle sue intenzioni, si è rammaricato della stravaganza di alcuni registi, paragonando l’intervento sulla propria opera a una rappresentazione in cui Otello e Desdemona venissero impersonati dallo stesso attore.Senz’altro con maggiore interesse deve avere invece accolto la riuscita trasposizione cinematografica, realizzata in tempi brevissimi con gli stessi attori della messa in scena teatrale, anche se con un’importante modifica del finale: il Maresciallo infatti firma la pace e Galén, prima di morire, lascia a un collega la formula della medicina (il film si può vedere sul canale dei classici cechi: https://www.youtube.com/watch?v=HJMUIBEzYnI). La prima proiezione ha avuto luogo il 21 dicembre del 1937 ed è stata seguita, due giorni dopo, dalla vibrante protesta dell’ambasciata tedesca. Non c’è quindi da meravigliarsi se, dopo la conferenza di Monaco, nel novembre del 1938, il film sia stato immediatamente bandito dalle sale cinematografiche, anche se per fortuna, grazie a una copia portata all’estero, siano state poi prodotte le versioni francese e inglese.Il tentativo di Karel Čapek di richiamare l’attenzione sui cambiamenti antropologici in atto nelle società occidentali e impedire la caduta della Cecoslovacchia era ovviamente destinato al fallimento, come hanno da lì a poco sancito le lugubri parole di Chamberlain nel suo discorso Peace for our Time, in cui, lasciando mano libera a Hitler, rifiutava la guerra “per una lite in un paese lontano, di cui non si sapeva niente”. La morte di Čapek, che ha assunto nel contesto ceco una chiara valenza simbolica, è apparsa qualche settimana dopo, davvero come la fine di un’epoca, anche se forse ha evitato all’autore una fine ancora peggiore. Qualche mese dopo infatti il fratello Josef, uno dei pittori cechi più significativi della prima metà del XX secolo, sarebbe stato arrestato e trascinato nei campi di Dachau, Buchenwald e Sachsenhausen, per morire poi a Bergen-Belsen poche settimane prima della fine della guerra.Come dimostra la sensazione di assoluto pessimismo con cui termina La malattia bianca, in Karel Čapek si era indebolita la fiducia nella gente comune e nella reale possibilità di fermare l’avanzare del totalitarismo. Anche se la situazione storica è oggi completamente diversa, si tratta di temi tornati di grande attualità ed è sempre più necessario tornare a interrogarsi su quali siano i rapporti tra potere, populismo, fanatismo e pandemia. Il grande potere della letteratura è in fondo proprio quello di anticipare molti problemi prima della loro esplosione e Čapek, negli anni Venti e Trenta, ha sollevato delle questioni nodali che hanno poi angosciato l’immaginario delle nostre culture per tutto il XX secolo. Nel 1937, agli occhi di un autore ceco sulla soglia di una catastrofe che sta per inghiottire tutto il mondo, la risposta è tristemente univoca: nemmeno una pandemia è in grado di bloccare la deriva militarista della società europea e, una volta linciato Galén, il corteo prosegue urlando i suoi triti slogan, “Viva la guerra! Viva il Maresciallo!”.

Karel Čapek (Malé Svatoňovice 1890 – Praga 1938), giornalista, drammaturgo e narratore, è stato uno dei maggiori scrittori cechi del Novecento ed è stato ripetutamente tradotto in italiano fin dagli anni Venti. Grande sperimentatore di nuove forme e generi letterari, ha affrontato nella sua opera temi di grande attualità: l’intelligenza artificiale, l’energia atomica, la diffusione di epidemie etc. Deve la sua consacrazione internazionale all’opera teatrale R.U.R. Rossum’s Universal Robots (1920), che ha introdotto nella cultura mondiale il termine “robot”. Molto noti sono anche l’opera teatrale L’affare Makropulos (1922), i Racconti da una e dall’altra tasca (1929) e i romanzi La fabbrica dell’assoluto (1922), Krakatite (1924) e La guerra delle salamandre 

domenica 14 marzo 2021

MILLE VIOLINI SUONATI DAL VENTO

 

Le parole, specie se accompagnate da musica (in sostanza l’etimologia stessa della parola “Lyrica”) evocano immagini che non sempre sono corrispondenti al significato, anzi spesso sono antitetiche, ed ecco allora che entra in gioco quella barra messa da De Saussure ai termini di “significato” e “significante” sulla quale Lacan ci ha costruito una bella fetta della sua teoria. I “mille violini suonati dal vento” assieme a “tutti i colori dell’arcobaleno” nella strafamosa canzone di Modugno andavano a “fermare una pioggia d’argento”… attenzione “fermare” non “formare” come certamente all’epoca non si era portati a distinguere troppo, presi come si era dall’entusiasmo della vittoria a Sanremo della canzone che il titolo ufficiale “Piove” era quasi subito andato in sottordine del molto più coinvolgente “ciao, ciao bambina”.
Ho pensato spesso quale sarebbe potuto essere il momento preciso in cui se, un qualche dio compiacente, o magari quel famoso “genio” della lampada ti avesse detto “ti do la possibilità di tornare indietro nel tempo e di cambiare tutta la tua vita!” Ecco ! Probabilmente questo del risuonare di quel “ciao, ciao bambina”, nel salotto e anche l’ingresso di via Nicolò V, ancora con la foto di nonno Mario in divisa di alpino, incorniciata in quella onda di vetro verdino, la sciabola, il cappello colla penna bianca, tempestata dei segni di rossetto dei baci delle “morose”, le cassette militari borchiate, lo scudo del dignitario etiopico, la grossa pistola argentata a tamburo Astra di fabbricazione spagnola e quella invece nera, di ordinanza, Beretta calibro 9, e anche la coramella nel bagno, si questo, avrebbe potuto essere il più opportuno. Momento di passaggio tra l’infanzia e la prima giovinezza, che a rigore aveva un prodromo in qualche mese prima, al ritorno delle vacanze estive del ‘58 passate in quel di Mondello, quando la riapertura del rubinetto a palline di via Nicolò non aveva comportato alcun riabituarsi a quella manualità e il getto di acqua screziato si era portato via anche tutto quel tempo quasi infinito in cui un giorno durava cent’anni e il sole in cielo sembrava non volesse tramontar mai...oramai il tempo si era velocizzato e la coscienza fatta di abitudini, di gesti oramai inscritti nel programma biologico dell’esistenza, divorava lo spazio/tempo di ogni percezione; un prodromo ed anche una sorta di correlato psicofisico, postdatato di 9 mesi, ovvero alla fine di ottobre di quel fatidico 1959, con uno spaghetto che ti era andato accidentalmente a finire nel naso (trauma effettivo) andandosi anche a infilare nel sentito dire che il terribile Ovatta (il giuggiolone più grande che ti aveva dato il tormento un paio d’anni prima) si era ammalato di tubercolosi. Bhe certo! è ovvio che allora non disponessi di una teoria come l’inconscio come insiemi infiniti di Mattè Blanco, che infrangeva tutte le regole della logica aristotelica per postulare un inconscio come traslazione di tutte le classi di appartenenza, e operante per simmetria, laddove riprendendo un altro punto del filosofo di Stagira quello del Sillogismo, la proprietà transitiva dell’enunciato agisce, appunto per simmetria del funzionamento dell’inconscio: Ovatta era cattivo, Ovatta è malato = io sono cattivo, io sono malato della stessa malattia. Ripeto, conclusioni di decenni posteriori, ma che presupponendo nel qui e ora del momento presente, l’incontro con il genio della lampada o con un qualsiasi folletto con la barba impigliata sotto un tronco di un albero, e il relativo esaudimento del desiderio, possono benissimo venire introdotte. Abbiamo scelto quindi un momento grosso modo a metà tra la prima impressione del cambiamento di stato (dall’infanzia alla giovinezza, un qualcosa che il mito, la filosofia, le fiabe, persino le religioni hanno rappresentato in vari modi, Prometeo e il furto del fuoco agli dei, il paradiso terrestre, la intelligenza pietrificata di Schelling, l’albero e la mela con quel “voi sarete come dei” del serpente tentatore) e le sue prime manifestazioni reali, condizionate dalla paura (agosto 1958 - fine gennaio 1959 - settembre 1959) . Ritornare quindi a quei mille violini suonati dal vento con tutti i colori dell’arcobaleno che vanno a fermare la pioggia d’argento che non è più la pioggia d’oro dell’infanzia, quella dell’antica cerimonia dell’alchimia, che anche il più vile dei metalli è in grado di trasformare in oro (proprio come tutto il mondo della dorata infanzia). L’argento come è noto, si addice ai sonnambuli, ovvero a coloro che dormono e vegliano nel contempo e una pallottola fatta del suo materiale è l’unico mezzo per fermare i licantropi, ovvero la paura. Quindi nella formulazione del desiderio, in quel tornare indietro in un preciso spaccato momento, abbiamo scelto proprio quello in cui la melodia dei mille violini è portata dal vento e ferma ogni successivo momento di una realtà che è portata da una pioggia d’argento, e nella quale, dal cambiamento di stato, da quando un dio dispettoso, un serpente tentatore, ci hanno costretti a lasciare qualsivoglia pioggia dorata, saremo costretti ad inter-agire.
Oro e argento, sono ovviamente una “metafora” un portare intorno, nei pressi , sono un linguaggio, antico e moderno: quello di un qualcosa di preesistente, di ancestrale, di archètipo, che si serve di “Simboli” : l’ES, e quello di un derivato, di una piccola parte, pervenuto alla parola, e che si serve di “sintomi “ : l’IO.
Puoi anche chiamarli Inconscio e Coscienza, metaforizzare il primo con una pioggia dorata che cerca di ri-mettere insieme (sum-ballein), il secondo con una pioggia d’argento, che invece divide, separa (dia-ballein) , quel grande controverso fenomeno che chiamiamo “VITA

SETTE E IL DESIDERIO

 

e se tornassimo sul desiderio? folletti, barbe impigliate e a "cominciare con tre", che in qualche caso possono arrivare a settel sette è un numero magico e non solo nelle favole, una sessantina d'anni fa lo psicologo George Miller stabilì una specie di formula sul limite di capacità umana di rattenere informazioni che vedono il sette appunto investito della qualifica di "magico" mettendoci però un più o meno due: " The Magical Number Seven, Plus or Minus Two: Some Limits on Our Capacity for Processing" la tesi di questo psicologo afferma che il numero di informazioni che una mente umana media può tenere in mente mentre è in funzione di questo 7 ± 2. ed è una tesi che addirittura è assurta a livello di legge: la "Legge di Miller" appunto e ha molto influenzate le ricerche in tal senso della famosa scuola di Palo Alto diretta da Grigory Bateson. Ha influenzato anche le prime formulazioni di Bandler e Grinder che hanno diminuito non il sette, ma quel due portandolo a uno (7 ± 1), però attenzioni le informazioni non sono desideri, il desiderio ha sempre qualcosa che ha che fare con la magia e quindi ritornano i folletti, i nani (che anche loro sono canonicamente sette) questi folletti, nani e quant'altro sono in verità l'evoluzione alquanto diffusa, degli antichi dei, quando ancora non erano morti dal ridere quando ebbero sentore che c'era un dio che diceva di essere il solo (l'origine della tragedia di Nietzsche) e potrebbero essere presi a sostegno della tesi del diverso autore a proposito dell'Iliade e l'Odissea nella celeberrima "Questione Omerica" Ove difatti nella prima gli dei parlavano direttamente agli uomini, attraverso quella che Jaynes chiama "la mente bicamerale" nella seconda no, ma appunto attraverso la moltiplicazione di questi espedienti quasi coscienziali, di figure a metà appunto tra divino e umano. Dovremmo un pò riflettere sul perchè in tutte le antiche scritture, non però quelle razzaffonate e neppure tanto antiche, della bibbia, vangeli o altro ciarpame del genere, no! scritture serie, mitologia coi controcazzi, si allude sempre al trauma di questo silenzio degli dei "perchè gli dei non ci parlano più? "perchè tacciono?" e' una riprova del "rimanere soli, sperduti nel buio" "della chiamata che nessuno è più in grado di udire, perchè avviene nel mondo sperduto del tacere" e anche degli espedienti messi in atto dall'uomo edotto da
Prometeo e separato dal coltello di Zeus, per cercare di supplire a questa "mancanza"
il desiderio, a ben vedere è la pietra angolare di tutta la psicoanalisi: cos'è l'infanzia difatti se non l'albergare del desiderio a livello di quasi infinito? ci somiglia anche l'infanzia all'eternità col suo tempo rallentato, col suo mondo a "portata di mano", sotto il balcone, coi suoi caschi di glicini che accompagnano i tuoi passi e i fiori che sembrano spuntare solo per te : a posteriori, da adulti si ritrova in un romanzo di Carlo Levi o in racconto di Hermann Hesse, se ne giustifica l'impatto con la ricapitolazione della filogenesi e la teoria dell'Animismo, si legge e si rilegge Freud, come diceva Lacan, si inizia col defilè degli archetipi dell'inconscio collettivo di Jung e si va alla ricerca degli insiemi infiniti di Mattè Blanco. e in buon ultimo (ideale... non cronologico) si cerca il folletto, la barba impigliata, il genio della lampada, per arrivarci a questo benedetto desiderio, se non proprio dentro, perlomeno nei pressi, sull'intorno, come diceva Eraclito, e scoprire magari che non c'è nessun dio nei paraggi, ma piuttosto un demonio Il detto di Eraclito suona infatti : "ηθος ανθρωπω δαιµων" c'è anche chi ha tradotto quell' Ηθος con carattere e quindi sarebbe il carattere degli uomini ad essere prossimo ad un demonio, ma Ηθος significa anche soggiorno, luogo dell’abitare ed ecco allora che secondo la parola di Eraclito: non il carattere, ma il luogo è δαιµων! e siccome Eraclito usa indifferentemente tale parola sia per demonio che dio, Il detto, significa che l’uomo, abita nella vicinanza del dio che però è anche demonio, ovvero !al di la' del bene e del male! tra le strade e stradelle di questo cammino possiamo quindi imbatterci nella curiosa scenetta del nanetto colla barba impigliata sotto un tronco d'albero o in quella famosa lampada che contiene il genio imprigionata.
"bhe", come diceva Julia Roberts nel film "Pretty Woman" ...."voglio la favola!"

venerdì 12 marzo 2021

LA VOCAZIONE STRINGATA DI UNA SUPERSIMMETRIA

 

 
Piergiorgio Odifreddi  lo conosco bene e da un pezzo, ebbene all'inizio del terzo millennio fece una intervista a Edward Witten il fisico di origine mediorientale ma di adozione statunitense, che è uno dei principali sostenitori della Teoria delle Super Stringhe  e la misteriosa M-Theory con quell'uso diffuso della parola Super che mi piace affibbiare anche a quella simmetria dell'inconscio postulata da Ignacio Mattè Blanco  nel suo "Inconscio come insiemi infiniti" : sono persuaso che un altro po' di "Super" per esempio quello da me individuato come 4^ figura della 2^ topica freudiana, ovvero dopo Al di là del principio del piacere, possa far pervenire a qualche cosa di nuovo in un ambito che vedrei di sinergia tra psicoanalisi e fisica quantistica:  intervista che vale la pena in parte di riportare nei suoi tratti piu' rilevanti. In principio c’erano 5 teorie delle stringhe. Cinque teorie delle stringhe tese a spiegare in maniera ancora incompleta la totalità delle regole che dirimono sulle dinamiche dell’universo, poi nel 1995 in un convegno di fisici quantistici Witten si  concentrò proprio su quste teorie e decise di….eliminarne qualcuna.Fu così che, in una atmostera galvanizzata – come fa notare Brian Greene in numerosi documentari dedicati a Witten - questi  stupì i fisici teorici colà convenuti proponendo alla loro attenzione una diversa, quanto spettacolare, prospettiva di osservazione delle teorie delle stringhe già cogitate. Tempo dopo, ricordando quella conferenza,  Leonard Susskind un altro grande padre della teoria delle stringhe,  rivelò che quando Witten iniziò a parlare, non ebbe piu' dubbi ne' perplessita'  nell'accettare  la cosiddetta M-Teoria o M-Theory, che in sostanza con l'unificazione di tutte le teorie note delle stringhe, diventava proprio questa M-Theory  

Una M-theory che non ha mai saputo chiarire il ruolo della nel nome (alcuni speculano che tale consonante sia in realtà la W di Witten rovesciata, altri ritengono che voglia dire mistero, magia, matrix, madre, mostro, finanche madness, ovvero follia!). Cos’è dunque la M-Theory? La M-Theory è semplicemente una diversa prospettiva di approccio alla teoria delle stringhe. Nello specifico matematico (della matematica formidabile utilizzata!), le equazioni di Witten hanno dimostrato che le cinque teorie delle stringhe esistenti erano in realtà solo cinque modi differenti di guardare alla stessa… faccenda. Insomma, per certi versi Witten ha validato i lavori dei teorici che lo avevano preceduto e ha dato nuova dignità e nuova energia alla speculazione fisica di cui si erano sempre occupati. Naturalmente la M-Theory portava seco anche delle conseguenze “tecniche” importanti e ben precise che giustificavano il cambiamento della prospettiva di visione proposto. Fino a quel momento, infatti, la multidimensionalità supportata dalle diverse teorie delle stringhe indicava in numero di 10 le dimensioni fisiche esistenti: una temporale, tre spaziali e 6 dimensioni extra piuttosto piccole e invisibili ai nostri sensi. La M-Theory, invece, per poter “funzionare” al meglio necessitava di utilizzare 11 dimensioni: il genio di Witten ha quindi messo in campo una nuova dimensione extra mai considerata prima. Va notato difatti che  la teoria delle stringhe era gia' dal 1968 quando le sue prime risoluzioni furono scoperte dal fisico italiano Gabriele Veneziano  la piu' accreditata candidata a proporsi  come espressione di una Teoria del Tutto, ovvero l'idea unificante  della teoria della relativita' e della meccanica quantistica, che fece sognare Einstein e che ha anche rappresentato il sogno di tutta una vita dello sfortunato Stephen Hawking  Con Witten  la teoria delle stringhe è diventata uno spettacolo di fuochi d'artificio intellettuali che ha illuminato diverse zone d'ombra della matematica e della fisica, e che un giorno forse farà luce sul mistero stesso dell'universo. Per godere di qualche scintilla di questo spettacolo pirotecnico, ecco dunque che Oddifreddi ando' a trovare Witten e gli fece tale intervista 

Di recente una sua intervista è apparsa sull'Espresso, col titolo "Dio gioca a dadi", e il giorno dopo l'Avvenire ha commentato: "Vedete? Il nuovo Newton crede in Dio". Cominciamo dunque a chiarire questo punto: c'è qualche connessione tra scienza e religione? 

Sono cose molto diverse. E per la comprensione dell'universo, la scienza è più efficace della religione. 

E lei è credente?

 Le scoperte scientifiche non incoraggiano la fede religiosa.

 C'è invece una connessione tra la teoria delle stringhe e il pitagorismo?

 Non conosco abbastanza il pitagorismo per poter rispondere, ma credo che nessuna delle filosofie antiche influenzi il pensiero degli scienziati moderni. 

Nemmeno l'armonia delle sfere, cioè la relazione fra matematica, fisica e musica? 

 In senso letterale, la cosa è falsa: in fondo, la musica è costituita da onde che si propagano nell'aria. 

E in senso metaforico?

 C'è effettivamente un'analogia interessante. La ricchezza dei suoni prodotti dalle corde di un violino o di un piano deriva dal fatto che ciascuna di esse vibra in tanti modi, chiamati armoniche. Un do, ad esempio, suona molto diverso sul piano o su un diapason, che invece produce un suono puro. Se si suonassero dei pezzi soltanto con dei diapason, l'effetto sarebbe molto brutto. 

Helmoltz ha provato a dirigere un'orchestra di diapason, nell'Ottocento. 

Sarà stato terribile. Ora, anche le stringhe che io studio possono vibrare in tanti modi, e ciascuno di essi viene interpretato come una particella elementare. Questa è la chiave per unificare le varie particelle: come diverse forme di vibrazione di un'unica stringa.

 Lei parla di stringhe, ma non ci sono anche membrane? Cioè, non solo strumenti a corda, ma anche a percussione? 

La teoria moderna, che si chiama M-teoria, è una reinterpretazione della teoria delle stringhe. 

A proposito, che cosa significa "M"?

 Matrice, ma anche Magia o Mistero. Perché la sua natura non è ancora completamente compresa, certamente molto meno della teoria delle stringhe, che ne costituisce il limite quando gli effetti quantistici sono piccoli. 

L'arte della magia e del mistero non stanno proprio nel fatto che la natura è matematica? 

Certamente il mondo fisico è descritto da strutture e teorie matematiche eleganti e di grande bellezza, che hanno una loro logica interna precisa ed esigente: non sappiamo perché, ma è così. E col passare del tempo le teorie diventano sempre più stringenti e ricche. 

Qualcuno si lamenta però che i suoi sono ragionamenti da fisico, e non vere dimostrazioni da matematico.

 In parte hanno ragione. Il fatto è che molte idee interessanti in geometria sono venute dalla teoria quantistica dei campi, la più importante teoria fisica del Novecento, che non è affatto ben compresa matematicamente: quelle idee quindi non sono ancora state sistematizzate. Ci sono due vie complementari da seguire, per farlo: sviluppare la matematica necessaria, e comprendere meglio la fisica coinvolta. Fino ad allora, benché la cosa sia frustrante, bisognerà accontentarsi di idee stimolanti senza dimostrazioni rigorose. 

Altri invece si lamentano che la sua è matematica pura, di interesse più metafisico che fisico. 

La teoria delle stringhe ha già giocato un ruolo importante nella fisica contemporanea, ad esempio permettendo interessanti e sorprendenti intuizioni sul problema del confinamento dei quark: il fatto, cioè, che non li si possa mai osservare isolati. Inoltre ha prodotto l'idea della supersimmetria, alcuni effetti della quale sono già stati verificati da vent'anni, anche se non si sono ancora trovate le superparticelle predette dalla teoria. In questo forse i critici esagerano un po’. 

Che cosa corrisponde, nella teoria delle stringhe, alle equazioni di campo di Einstein nella relatività generale, o alle equazioni d'onda di Schrodinger e Dirac nella meccanica quantistica? 

Le equazioni principali non si conoscono ancora, e questo è appunto il maggior problema aperto. Il motivo è che, invece di partire da certe idee ben definite e costruirci sopra una teoria, come fece Einstein con la relatività generale, ci siamo trovati fra le mani una teoria senza capire bene su che idee sia basata. 

E dalle equazioni della teoria si potranno ricavare, come casi speciali, quelle di Einstein, Schrodinger e Dirac? 

Chi lo sa? Bisognerebbe sapere quanto sono difficili da risolvere, una volta trovate. Ma certamente questa è una delle cose che mi incuriosiscono di più, perché ci direbbe che cosa è veramente la teoria e ci darebbe l'ispirazione per nuove idee, sia in matematica che in fisica. 

Benché lei voli alto in matematica, non sembra il tipico matematico che vive nelle nuvole. In particolare, lavora per la pace in Medioriente. 

Sì, questo è un problema che mi sta a cuore. Ho vissuto in Israele per un anno, quando ne avevo dodici, e da venti lavoro con un gruppo chiamato "Shalom Achshav". a differenza della matematica, purtroppo, la politica non si basa sulla ragione.

 

giovedì 11 marzo 2021

COSTELLAZIONI HAMERIANE

 

 Sono pervenuto a questa nuova istanza delle "costellazioni" che in questi due anni di approfondimento delle teorie di Hamer non avevo preso nella debita considerazione, anzitutto perchè non mi pareva poi così probante l'assunto della lateralità, del tutto in sottordine rispetto alla sconvolgente verità dello shock biologico come eziologia di ogni affezione, dei relativi conflitti con andamento bifasico e la importanza fondamentale originaria e costitutiva dei foglietti embrionali con il sistema dei microbi simbionti e assolutamente "amici" . E' il recidivarsi di determinati sintomi che mi ha indotto invece a considerare questo altro aspetto della teoria hameriana: non era difatti più possibile attribuirli ad una DHS con relativo conflitto bifasico perfettamente risolto (quello endodermico del boccone sporco), ma ci doveva essere qualcos'altro, difatti ecco succedersi considerazioni sul conflitto del profugo (Austria-Ungheria) e persino del "lupo di 2° rango, con tutto un alternarsi di binari e molto stiracchiati conflitti in bilancia, ma di certo non recidive del conflitto, semmai ecco forse un pò di amarezza di fondo che semmai poteva offrire una sorta di "plafond" per appunto quelle che Hamer ha definito

LE COSTELLAZIONI SCHIZOFRENICHE

Un altro capitolo estremamente interessante quanto complesso, che coinvolge altri foglietti embrionali e che potrebbe individuare cosa si nasconde dietro a un determinato comportamento: cioè quali relè cerebrali sono attivati e generano una costellazione, e i sottostanti contenuti emotivi. I relè che si attivano stimolando una risposta comportamentale definita costellazione schizofrenica, innervano anche dei tessuti organici, perciò quando si risolve una costellazione, cioè una volta trovato rimedio al problema, tutti e tre i livelli vanno in soluzione simultaneamente. Questo significa che, contemporaneamente, il comportamento manifestato e definito come patologico si spegne e il livello organico inizia a riparare i tessuti producendo dei sintomi.Quando difatti ho più relè attivi ad esempio bronchi e colon, ginocchio e ernia entro in una costellazione definita Mitomane, cioè racconto storie prendendole per vere. I bronchi rispondono ad un sentito di territorio minacciato: il nemico – pericolo- non è ancora entrato nel mio territorio ma potrebbe farlo daun momento all’altro; L’altro relè riguarda il colon e risponde a un sentito che ha a che fare con l’identità: non so più bene quale sia il mio ruolo, sento il peso della vecchiaia, mi chiedo se sia concepibile avere ancora un ruolo..La costellazione s’interrompe all’istante quando uno dei due temi viene risolto, contemporaneamente, se avrò fatto abbastanza Massa di Attivazione avrò anche il conseguente sintomo organico .La costellazione schizofrenica viene definita un Super Programma di Sopravvivenza, in quantosi attiva quando la persona sta vivendo situazioni impossibili che la porterebbero a soccombere, permettendole invece di sopravvivere comunque. La psicologia e psicoterapia qui acquistano un nuovo e potentissimo strumento. In effetti ci si è sempre occupati di curare il comportamento, spesso con evidenti scarsi risultati. L’effetto comportamentale non ha molto a che fare con il motivo di fondo che l’attiva, e cioè con il sentito dei relè cerebrali che lo producono. Conoscendo invece il loro specifico contenuto emotivo, e intervenendo su quello, anche il comportamento cambia perché la costellazione si spegne. Inoltre, sapendo quali siano le correlazioni specifiche di ogni relè e quale il tessutoorganico che innerva, possiamo anche prevedere, una volta risolta quella specifica attivazione, che sintomi fisici si manifesteranno. La Costellazione schizofrenica si attiva quando sullo stesso livello cerebrale abbiamo una doppia attivazione, cioè almeno un relè attivo nell'emisfero destro ed uno nel sinistro. Ecco è questo che provo difficoltà a intendere: a me non pare tanto una questione di sinistra o destra, quanto di un conflitto diverso su foglietti embrionali (es. endoderma e mesoderma recente, ovvero coinvolti sia il palencefalo che il neoncefalo con quindi diverse manifestazione sintomatiche sia in fase attiva che risolutiva) e cioè vedo sopratutto il sovrapporsi di diverse istanze a livello di foglietti embrionali, più che una lateralità. Però ripeto sono agli inizi di questa ulteriore scoperta per cui vedremo se riesco a pervenire a qualche nuovo costrutto. Da Simona Cella prendo queste note e l'assunto finale "Faccio un esempio utilizzando la Costellazione mitomane (che indubbiamente è molto molto simile alla mia) Se una persona ricorda che da adolescente scriveva assiduamente un diario, so già che quando ha avuto un’importante bronchite ha smesso di scrivere.(vero!) Non è magia ma conoscenza. Quando c’è più peso nel relè del retto, cioè a sinistra, la persona tende a raccontare, se invece il peso è più a destra, sui bronchi, invece di raccontare storie scrive, perché nel peso della bilancia è più depressiva. Perciò quando risolve l’attivazione dei bronchi ed ha la bronchite, esce dalla costellazione e smette di scrivere. La possibilità di avere un riscontro fisico quando si scioglie una costellazione è la chiusura del cerchio di come fisiologia ed emozione siano due facce della stessa medaglia. Con l’esperienza, da un semplice colloquio diventa possibile dedurre e verificare se la persona è in un sentito maniacale o depressivo, semplicemente prestando attenzione a come racconta uno specifico episodio, osservando le inflessioni della voce e le espressioni corporee. E mano a mano che il suo racconto procede è possibile desumere, frase dopo frase, come si è mossa la bilancia perinsulare, anno dopo anno, nel corso della sua vita.

mercoledì 10 marzo 2021

DA BERNARD A HAMER

  

Ricorro nuovamente a saccheggiare gli interventi di Valdo Vaccaro che trovo una persona molto vicina al mio modo di intendere   ecco cosa dice "il clima di incertezza e di confusione di questi mesi è tale che si sente la necessità di riflettere su cosa è la salute e cosa la malattia, su cosa bisogna fare e non fare e davvero per venirne a capo. Molta gente, a ragione o a torto lascio a voi decidere, mi accredita di aver introdotto la Health Science Igienistica in Italia, una scuola dirompente e alternativa rispetto alle teorie sanitarie che si rifanno a Pasteur e al famigerato rapporto Flexner del 1909 propiziato dalla massiccia entrata nel settore medico delle famiglie Rockefeller (re del petrolio) e Morgan (re dell’acciaio e delle ferrovie americane). Una Health School Igienistica che mette in seria discussione e in imbarazzo simultaneamente i pilastri che reggono la Medicina Sintomatica sul Sintomo e la Medicina Batteriologica-Virale. Pilastri che in questo paese sono intoccabili e dogmatici, forse anche per l’assoluto-geloso-esclusivo dominio delle tante Università Mediche italiane, con in testa Bologna, Padova, Pisa, Pavia, Roma (Sapienza, Bambin Gesù, Cliniche stile Spallanzani). 

ESISTE ORMAI UNA LOTTA EPOCALE TRA IL REGIME SANITARIO E LA SCUOLA IGIENISTICA : LA MALATTIA È AMICA E NON VA CURATA Da una lunga esperienza personale di oltre 50 anni, (mia Mario Nardulli) molto meno, ma a livello di sintomo e relativi dubbi,  risalente addirittura a prima : 1959 cioè 62 ) ma anche da millenni di storia della medicina naturale, E SOPRATUTTO UNA SPASSIONATA ESAMINA DELLE 5V LEGGI BIOLOGICHE DI UN RIVOLUZIONARIO DELLA MEDICINA DEL CALIBRO UNICO DI GEERD RYKE HAMER , si è capito senza alcun dubbio che è impossibile eliminare le malattie con mezzi artificiali ed invasivi. Se si vuole guarire davvero in modo sicuro e stabile, senza effetti collaterali, si deve ricorrere soltanto ai mezzi che Madre Natura ci offre, non escluso un uso corretto del cervello  e quindi della ragione e della conoscenza  Sorge la domanda che Hamer si è fatta all'inizio della sua Rivoluzione Copernicana : è giusto e razionale curare una malattia, guarire da una malattia, combattere una malattia?”. Come vedremo nelle prossime righe la risposta per quanto sbalorditiva possa sembrare è NO, poiché la malattia è amica e non va curata, a parte ovviamente gli interventi di emergenza e di pronto soccorso. Se stabiliamo il fatto  che la malattia non è il sintomo per quanto fastidioso ma qualcosa di ben diverso le cui cause vanno cercate nei fattori causanti che stanno a monte, e che la malattia rappresenta addirittura il percorso guaritivo, ossia la cura vincente della malattia stessa, allora comprendiamo perfettamente che curare una cura appare essere un controsenso, una contraddizione in termini. Qualunque sia la tua situazione tu potrai uscirne in modo brillante, a patto di credere in te stesso e nelle tue risorse interiori, e di non fare affidamento su interventi e cure estranee, esterne e non naturali. Se vuoi guarire da solo, se lo vuoi con tutta la tua volontà, tutta la tua convinzione, tutta la tua anima, nessuno potrà fermare il tuo percorso auto-guaritivo. Non esistono malattie inguaribili ma solo dei malati inguaribili, e sono coloro i quali si attendono sempre di essere curati da qualcosa e da qualcuno. La causa del male è sempre dovuta all’ignoranza e alla trasgressione delle Leggi Naturali, contro le quali la maggioranza va troppo spesso senza nemmeno accorgersi. Leggi Naturali Universali  eppure ignorate colpevolmente: la prima tra tutte “Il corpo non va mai contro se stesso, ma è orientato costantemente verso la salute, che è la sua stella polare”. L’incomprensione riguarda non soltanto i medici ma anche l’ambiente familiare e la cerchia degli amici. Tutti a preoccuparsi dei dolorini e dei sintomi esterni ed apparenti, tutti a raccomandare cure su cure al familiare in sofferenza. La prima condizione per guarire è la fiducia, la fiducia in se stessi e nei mezzi che la Natura ci mette a disposizione. Del resto le scuole non funzionano ed insegnano poco e niente sul piano della salute. Attivissima invece la televisione coi suoi spot, regina del falso e della diseducazione. La malattia è uno squilibrio che si produce su tutti i piani, mentale, emozionale, fisico, ma soprattutto spirituale. Gli uomini tendono ad essere materialisti. Se poi appartengono a una religione o a una setta hanno la concezione di un dio separato dalla sua creatura, il che è ancora più nefasto del credere a niente. Ecco dunque che la malattia è principalmente squilibrio culturale ed intellettuale che porta a infrangere le Leggi Naturali della vita. Sul piano concreto dei sintomi la causa numero uno di qualsiasi malattia è lo squilibrio dell’apparato digerente. Questo porta alla produzione di scorie interne, di sostanze morbose chiamate tossine. Quindi alla base di ogni malattia incontriamo sempre una digestione difettosa e insufficiente, un cattivo funzionamento dello stomaco e dell’intestino, una nutrizione anti-naturale e troppo abbondante. (su questo debbo dire dissento in parte, perchè io trovo che alla base di ogni affezione c'è sempre come assoluta costante la PAURA, un pò  quello che Hamer chiama un trauma dell'ordine biologico, con diversi gradi di gravità e la sua riverberazione nei foglietti embrionali, che fin dall'origine della vita sono preposti al funzionamento ottimale dell'organismo: Vaccaro dice che ogni malattia è uno sforzo dell’organismo per sbarazzarsi delle sue tossine interne, io pongo anche delle "tossine esterne" che giustappunto vanno identificate coi traumi che un ambiente spesso e volentieri ostile, e sempre indifferente, pone all'organismo nel suo non facile adattamento  Quando una malattia appare, non è solo l’organo dove il sintomo si manifesta ad essere colpito, ma tutto l’organismo, per cui occorre curare sempre l’intero sistema in modo globale. La medicina insegna a considerare la malattia come una entità personificata. Dà infatti ad ogni malattia un nome specifico, la definisce benigna, maligna, ereditaria, contagiosa, inguaribile. Niente di tutto questo. Non è una entità e soprattutto non è una entità nemica. Per eliminare la malattia non esiste altro modo che eliminarne la causa, eliminare le tossine, torno a ribadire io, sia interne che esterne  e fare in modo di non crearne delle altre. Non esistono malattie contagiose  e questo fa capire quanto siamo fuori rotta con quanto si pensa e si fa nelle attuali circostanze virali. Non esiste malattia ma soltanto un terreno favorevole alla malattia. come diceva Bernard e non quell'impostore di Pasteur : Il terreno è tutto, il microbo niente   

LA SALUTE NON RIENTRA AFFATTO NEGLI OBIETTIVI DELLA MEDICINA, anzi come e' stato più volte osservato il desiderio indistruttibile della medicina, con ancora più forza di quella infanzia posta da Freud alla base  della felicità , è di fare di ogni sano un malato (oggi in questo periodo di cattività da un virus inventato, o meglio più che inventato,  adattato a recitare tutte le infami parti che un potere infame ha deciso di far recitare, ne abbiamo una riprova lampante : che cosa è la scoperta dell'asintomatico nell'ambito del contagio da corona virus se non un sano che  viene  giudicato un malato?) La verità è che  la Natura pensa a tutto, ed ecco spiegato perché la malattia è una reazione di conservazione che l’arte medica dovrebbe favorire e mai contrastare, come sta invece continuando a fare in modo testardo e impenitente. I lettori pensano ancora che questi ragionamenti per quanto logici, veritieri e condivisibili interessino alla Medicina? La risposta è che non le fanno né caldo né freddo. Anzi, le danno un grosso fastidio. Sta facendo di tutto e di più per farli scomparire dalla mente umana, per boicottarli e farli naufragare. Non dimentichiamoci che l’obiettivo primario del Regime Sanitario non è la salute umana e dell’ambiente, ma il danaro e il potere, ed ecco perchè ad esempio Hamer e i suoi seguaci continuano ad essere avversati, derisi perseguitati : essi non hanno paura e niente e nessuno fa paura al potere costituito  come chi non ha paura e insegna al prossimo a non averne Da rilevare ad esempio e questo è uno dei punti fermi della rivoluzione Hameriana che non bisogna temere la febbre, trattandosi di un mezzo naturale che l’organismo adopera per avvertire l'organismo che è stato toccato un limite, ridurre o respingere la febbre con dei medicinali è un delitto imperdonabile in quanto si paralizzano le difese naturali dell’organismo, caricandolo di veleni che ne ostacolano la vera e stabile guarigione. La febbre è conseguenza diretta della intensa fermentazione interna. Trattasi di un processo infiammatorio. e le  le infiammazioni, insegna sempre Hamer  non vanno soppresse con dei farmaci anti-infiammatori. Le infiammazioni sono altrettanti processi di guarigione. Tutto l’opposto di quanto pensa, dice e fa la medicina ufficiale. Incredibile ma vero. Non appena l’organismo si accorge di avere al suo interno uno scomodo e ingombrante deposito di tossine (superiore al suo personale limite di tolleranza ai veleni), se ha forza vitale sufficiente, cerca di liberarsene con una azione violenta, con una fase acuta, dove ad esempio l’intestino trasforma le sostanze putrescibili in liquido o gas che si espande su tutto il corpo e cerca di uscire tramite i canali cutanei mediante traspirazione. Sudare infatti fa benissimo. Lo stesso dicasi per la tosse che ha sempre una correlazione con la paura e il suo appuntarsi sui foglietti embrionali deputati alla gestione della paura ovvero il sistema respiratorio  Il lavoro ripulitivo, di qualsiasi tipèo esemplarmente descritto da Hamer con le sue 5 Leggi Biologiche, le due  fasi simpaticotoniche e vagotoniche, e l'attivazione dei microbi preposti al riordino della compromessa funzione d'organo, compromessa sempre e solo da un da un trauma di qualsivoglia entità   esige e consuma energie e può rendere a volte il malato più debole e perplesso, oltre che sfiduciato. Ed è in questo momento delicato che molti non ce la fanno e abbandonano le cure naturali per ricorrere a una scorciatoia chimico-farmaceutica. I medicinali non provocano queste crisi in quanto addormentano e soffocano il sintomo, lo spostano senza eliminarlo. In realtà le malattie, l'attivazione dei vari foglietti embrionali con il supporto di diversi microbi (funghi, batteri, micobatteri e si, anche virus ) sono la migliore prova che l’organismo è dotato di forza vitale immunitaria e che sta agendo per arrivare a una guarigione definitiva. Più la reazione è forte e meglio è. Il farmaco non provoca crisi ma sopprime il male localmente dando l’illusione di essere guariti, mentre il male rimane nascosto aspettando di manifestarsi sotto altra forma. La cura naturale non può mai far male a nessuno, è adatta a qualsiasi malato. Mesmer ha avuto il grande merito di dimostrare che la malattia per guarire va a ritroso, cioè ripassa attraverso le fasi che ha attraversato per installarsi. Hector Durville, altro pioniere dell’idea naturista, chiamò le crisi eliminative “crisi di ritorno alla salute”. Il male se ne va dalla medesima porta che aveva preso per entrare. Con la cura naturale e la comprensione del trauma che ha dato origine all'affezione  non c’è nulla da temere si deve lasciare agire l’organismo contro  tutto ciò che contiene di cattivo e compromettente. La guarigione avviene non a seconda del nome della malattia, ma a seconda della perseveranza, della fiducia, della sopportazione del paziente, e a seconda dell’aiuto che gli viene prestato anche sul piano psicologico e mentale. Il primo dovere verso noi stessi, verso la famiglia e verso la società è quello di essere sani e di non costituire un peso per gli altri. Ma veniamo alla questione all’ordine del giorno, vale a dire il cosiddetto contagio. Si è abituati a considerare la scoperta del microbo come un beneficio, come un avanzamento scientifico per l’umanità. Dobbiamo invece constatare che questa scoperta ha invece avuto conseguenze disastrose. Si è infatti caduti penosamente nella scienza delle apparenze, nella microfobia, nella paura dei microbi. Si vanno a cercare microbi e virus dovunque, nella polvere, nell’acqua, negli alimenti, nell’aria, nelle persone, negli animali e negli insetti, scordando che viviamo immersi in un oceano di microbi dentro e fuori di noi. Aver paura dei microbi, dei batteri e dei virus significa aver paura di noi stessi, della vita e dell’ambiente. Si tratta di un grandissimo granchio che svaluta, degrada e ridicolizza la persona umana. Chi è dotato di buon senso, di un minimo di cervello e di intelligenza, finisce per capire che non è affatto il microbo a portare la gente alla tomba, ma è semmai la paura del microbo. Il microbo infatti è sempre esistito. Trasformarlo ora in un mostro significa scaricare il barile su un innocente, significa perdere di vista la vera causa del male. Significa lottare contro le apparenze. L’uomo che dovrebbe essere il Signore in Terra della Creazione, vinto e messo al tappeto da un microbo innocuo e invisibile. Siamo davvero al massimo della stupidità, ed ecco che ritorna l'assioma del grande Claude Bernard "Il microbo è nulla, il terreno è tutto.  Ma cos’è questo terreno? Il terreno siamo noi medesimi. Il terreno è l’insieme delle sostanze velenose che soggiornano nel nostro organismo. Ed il contagio, cos’è questo contagio che tutti si prestano a demonizzare, a bloccare come si trattasse di una cosa seria? Intanto un corpo normalmente puro e forte non potrà mai prendere alcuna malattia. Siamo dunque a prova di bomba, a prova di contagio. La mediocre e lacunosa scienza medica chiama contagio la facoltà di trasmissione di certe malattie da un malato a un sano, anche per semplice tocco o per respirazione dell’aria che ne trasporta il germe, o per ingestione di goccioline di saliva della persona contaminata, scordando che in tal senso saremmo allora, sotto questo profilo, tutti contaminati. In effetti è sempre e solo la paura a giocare brutti scherzi, è la paura di contrarre la malattia da qualcuno che crea nel nostro organismo il terreno favorevole al suo scatenamento. Ma se esistesse davvero il contagio, e non altre cose che gli rassomigliano ma che non sono contagio, il contagio stesso dovrebbe scattare inevitabilmente per tutti coloro che avvicinano o frequentano i malati. Ma questo evento non succede mai, e questo conferma ancora una volta che il terreno è tutto e il microbo è niente. Se esistesse davvero il contagio, le classi scolastiche non si svuoterebbero di un quarto o della metà ma totalmente. Se la tubercolosi fosse davvero contagiosa tutte le persone che vengono a contatto dovrebbero inevitabilmente contrarre la stessa malattia. Eppure migliaia di medici e di infermiere vivono giorno e notte in mezzo ai malati per mesi e per anni, senza contrarre alcunché. La stessa cosa vale per morbillo, tifo, polio e per tutte le malattie esantematiche, e vale altresì per le famose pandemie della storia : la lebbra, il vaiolo, il colera e sopratutto le grandi pandemie di peste:  da quella del 480 a.c. di Atene descritta da Tucidide a quella epocale del 1348, fino alla peste descritta da Manzoni ne I Promessi Sposi del 1630 , la cui causa fu addotta agli animaletti più disparati: pulci, ratti, non potendosi allora prendersela con microbi di alcun genere non essendo ancora stati inventati microscopi e che invece hanno tutte la costante di presentare quadri fortemente compromessi e debilitanti di vivere sociale (guerre, carestie, assedi, inurbamenti improvvisi, degrado di situazioni igieniche, sporcizia, comunanza, etc.)

Quando sarete diventati sani, sereni e dotati di “comune” buon senso, ogni paura di contagio sarà bandita dal vostro spirito e dal vostro modo di pensare, e per voi non esisterà alcuna malattia contagiosa. Laddove c’è salute e intelligenza non v’è posto per la malattia e la paura, così come in una stanza dove penetra la luce del sole non vi può essere posto per l’ombra. Tutte le malattie sono guaribili se solo si sa ritornare alle Leggi Naturali. Le malattie inguaribili non esistono, mentre esistono e sono in tanti i malati inguaribili, persone normali diseducate e distorte mentalmente dalle falsità evidenti e ripetute della scienza medica. Persone che si aspettano la guarigione dai medici e dai loro medicinali, o magari da un dio che ascolta le loro preghiere e le loro invocazioni. Ma quel dio non li aiuterà. Il dio autentico non si può degradare a a dispensatore di regali e di riti vudù. La Natura non ha previsto organi speciali per eliminare e depurare i veleni contenuti nelle sostanze chimiche e nei vaccini. Qualsiasi medicinale, qualsiasi cura sul sintomo volta a tacitarlo e sopprimerlo, rappresenta per il corpo una dannosa interferenza tanto più grave se tale sostanza viene presa a piccole dosi e passa nel corpo senza dolori e senza sconvolgimenti, con la convinzione e l’illusione (l’effetto placebo) che farà bene. Allopatia e omeopatia in questo senso si equivalgono. Vero è che molti omeopati usano chiamarsi tali per convenienza, anche se poi nella realtà tendono ad essere alternativi, naturalisti e igienisti. L’inghippo dell’omeopatia sta proprio nel voler allenare e preparare il corpo ai veleni per motivi preventivi, che è poi il tipico concetto della vaccinazione. Il meccanismo delle cure è sempre deviante. Se un medicinale, che è sempre un veleno estraneo per il corpo umano, viene ad aggiungersi alle tossine del male pre-esistente, l’organismo è costretto a bloccare il suo lavoro eliminativo per neutralizzare prima, nella misura del possibile, il nuovo veleno introdotto L’intossicazione causata da medicinali e vaccini è ben più grave di quella provocata dai mali stessi che si vorrebbero neutralizzare. Quando i medicinali calmano, essi in realtà provocano grossi inconvenienti:

  • Arrestano assieme al dolore e ai sintomi tutte le reazioni utili dell’organismo
  • Annientano le difese del sistema nervoso
  • Paralizzano l’azione del fegato
  • Bloccano pure i reni
  • Aggiungono alla malattia il fardello della ulteriore tossicità.
  • In conclusione vanno a caratterizzare la medicina con l'appellativo che a tutt'oggi è quanto mai appropriato e informante MEDICINA IATROGENA.           la malattia e non è che un campanello d’allarme, un avvertimento della Natura per avvertirci che traumi, portamenti scorretti,  residui tossici,  si sono accumulati oltre la tolleranza e la sopportabilità del corpo. Il nostro dovere a quel punto non è di silenziare il campanello ma di accentuare il suo richiamo e di comprenderne il significato, aiutando la Natura con dei mezzi naturali ad eliminare queste scorie mentali e fisiche  e non a nasconderle con delle sostanze chimiche. La malattia non è una sventura che ci colpisce a caso, ma è al contrario la giusta e logica conseguenza dei nostri sbagli e delle nostre mancanze verso le Leggi Naturali alle quali siamo tutti sottomessi. Quanto alle vaccinazioni, i medici degli ultimi decenni erano molto franchi e diretti, e nessuno aveva il coraggio di minacciarli o radiarli. “Questa terapeutica aggressiva contro il microbo vivo e morto, lede l’organismo, falsando e sconvolgendo il gioco delle relazioni difensive”, dice il dr Jottras. Più specifico ancora il dr Carton, per il quale “Le vaccinazioni multiple di cui oggi infuria la mania nella medicina infantile (vaccini, sieri, iniezioni anti-tossiche) costituiscono una grave insidia per la resistenza futura del bambino. Ogni iniezione di un veleno microbico porta una tara morale, disorganizza la specificità individuale, sporca il sangue, stanca gli emuntori, prepara sfinimenti e trasformazioni morbose a non finire”. Le iniezioni hanno in teoria il vantaggio di non stancare l’apparato digestivo, ma il medicinale o il vaccino che entra direttamente per intravena nel sangue venoso o per intra-muscolo vi resta come veleno e non sarà mai assorbito dal sangue o dall’organismo. La natura non sopporta violenze o interferenze di alcuna specie. Se un malato ha bisogno di ferro non è che iniettandogli della ferritina potremo guarirlo. Vaccini, farmaci e integratori sintetici sono dei veleni che è molto difficile in seguito sloggiare ed evacuare. Per eliminarli completamente bisogna seguire lunghi anni di cure naturali per farlo. Occorre rieducare l’organismo, insegnandogli ad estrarre da sé il ferro inorganico assunto. L’azione stessa dell’iniezione è ancora più dannosa della assunzione del farmaco per via orale. Avete mai visto un malato desiderare una iniezione? Al contrario la gente sana e malata ne prova giustamente disgusto, paura e sospetto. Per eliminare dall’organismo il veleno delle iniezioni dei vaccini, della penicillina, della streptomicina e di altre cose simili, occorrono dai 10 ai 20 anni di cure naturali, mentre le malattie in genere, se affrontate nel modo giusto, si risolvono nel giro di 3 anni. Se vi è ancora in voi un senso di pulizia e di dignità non sopporterete alcuna iniezione, trattandosi di un brutale e innaturale atto di violenza alla natura, oltre che un atto indegno da essere umano. La Medicina non ha ancora capito la necessità di confrontarsi, di evolversi, di progredire. Non ha capito ancora l’importanza di riconoscere i suoi errori di base. La Medicina si è messa su una falsa strada, una strada che sta degradando moralmente, spiritualmente e fisicamente l’Umanità. Bisogna che essa cambi in modo drastico e radicale, se non vuole affondare in modo definitivo ed irreparabile.

Valdo Vaccaro che  non è medico, ma libero ricercatore e filosofo della salute.

e poi ci sono io Mario Nardulli, non medico, non scienziato, ma persona che dal 1959  persegue questa diatriba con gli stati, anzi flussi organici di salute e malattia,  cercando spasmodicamente una comprensione e che come fa mostra nel presente articolo ripreso da Valdo Vaccaro,  utilizza nella sua ricerca tutti gli apporti degni di nota  sulla base di una conoscenza più articolata e profonda che fa capo a studiosi qui citati come Bernard, Bechamp, Rife, Hamer , ma anche meno scienziati e più filosofi come Freud, Groddeck, Jung, Steiner e perfino romanzieri sensibili a tale tematica quali Dante Alighieri, Boccaccio, Manzoni, Cervantes, Melville, Poe, Stoker, Thomas Mann, Calvino, aggiungendovi altresì le più ardite formulazioni della fisica quantistica coi suoi rivoluzionari principi, effetti, esperimenti e "quanto" altro  da Plank, Maxwell, Einstein, Bohr, Heisenberg, Schrodinger, De Broglie, Dirac, Bohm, Bell, Feynman, etc. utilizzando altresì il paradigma di alternanza della scienza di Kuhn


lunedì 1 marzo 2021

CONTINUO E DISCRETO - ANALOGICO O DIGITALE ?

Analogico contro digitale Si tratta di due modi profondamente differenti di rappresentare la realtà: il primo procede per analogie e processi continui, l’altro in maniera discontinua e attraverso dei segni che vanno interpretati con un codice. Un esempio semplice sono gli orologi: negli orologi analogici, quelli in cui ci sono delle lancette che si muovono nello spazio, è l’immagine delle lancette sul quadrante a dirci che ore sono, e il tempo appare come un fluire ininterrotto, continuo. Invece negli orologi digitali abbiamo solo dei numeri (segni), e se vogliamo sapere quanto tempo manca a un certo appuntamento dobbiamo compiere un’operazione algebrica (codifica). Il tempo appare in questo caso discontinuo, procedente a scatti. Un altro esempio quotidiano: l’immagine in un quadro dipinto è analogica, formata da un continuo ininterrotto di colori e sfumature; l’immagine su uno schermo è digitale formata dall'unione di pixel definiti e staccati uno dall'altro. Ma la natura ultima della realtà è digitale o analogica, discontinua o continua? Nel primo caso il tempo, lo spazio e ogni entità e processo nello spazio-tempo sarebbero in ultima analisi discreti, formati cioè da entità indivisibili e singolari; l’universo fisico potrebbe essere adeguatamente modellato da valori discreti come i numeri interi. Nel secondo caso tutta la realtà sarebbe invece continua e la struttura ultima del tempo, dello spazio, della materia e di ogni entità sarebbe divisibile all'infinito I valori rappresentanti l’universo fisico potrebbero essere allora i numeri reali.



Un antico enigma
Alla fine dell'Ottocento il matematico tedesco Leopold Kronecker affermò: «Dio ha creato i numeri interi, tutto il resto è opera dell'uomo». II dibattito tra digitale e analogico è uno dei più antichi della filosofia e della fisica. Dove Democrito e gli atomisti vedevano la realtà come discreta, altri filosofi greci come Platone e Aristotele la consideravano continua. Ai tempi di Isaac Newton i filosofi naturali erano divisi tra teorie particellari (discrete) e ondulatorie (continue). All'epoca di Kronecker i difensori dell'atomismo, tra cui John Dalton, James Clerk Maxwell e Ludwig Boltzmann, riuscirono a ricavare le leggi della chimica, della termodinamica e dei gas. Ma molti scienziati continuavano a non essere convinti, facendo notare che le leggi della fisica si riferiscono solo a grandezze continue, come l'energia, il campo elettrico e il campo magnetico. Max Planck, che in seguito avrebbe fondato la meccanica quantistica, affermò del 1882: «Nonostante il grande successo riscosso finora dalla teoria atomica, prima o poi la si dovrà abbandonare a favore dell'ipotesi della materia continua». Tra i fisici di oggi è sempre più diffusa l’opinione che la natura sia in definitiva discreta, che i costituenti ultimi della materia e dello spazio-tempo si possano contare a uno a uno. Molti fisici sono arrivati a pensare che il mondo naturale sia come un enorme computer descritto da bit discreti di informazione e in cui le leggi fisiche sono un algoritmo, un po' come la pioggia digitale verde che Neo vede alla fine di Matrix. Ma le leggi della fisica funzionano davvero così? Altri scienziati ritengono invece che la realtà sia in definitiva analogica e non digitale. In questa visione il mondo è un autentico continuum. Per quanto lo si guardi da vicino, non si troveranno costituenti indivisibili. Le grandezze fisiche non sarebbero allora numeri interi, ma reali: numeri «continui», con un numero infinito di cifre dopo la virgola. Gli appassionati di Matrix rimarrebbero in questo caso delusi nel sapere che le leggi fisiche hanno proprietà che nessuno può simulare al computer, per quanto potente questo possa essere.
Il quanto non quantistico
All'inizio del Novecento la meccanica quantistica ha definitivamente trasformato il dibattito digitale-analogico. Nel 1925 Erwin Schrödinger sviluppò un approccio alla teoria quantistica basato sull'idea di onda.
L'equazione che formulò per descrivere come evolvono queste onde contiene solo grandezze continue e nessun intero. Eppure quando risolviamo l'equazione di Schrödinger per uno specifico sistema avviene una piccola magia matematica: compaiono dei numeri interi! Consideriamo per esempio l'atomo di idrogeno: l'elettrone orbita attorno al protone a distanze precise. Queste orbite fisse corrispondono alle soluzioni dell’equazione d’onda per numeri quantici pari a 1, 2, 3… L'atomo è analogo a un organo a canne, che produce una serie discreta di note anche se il movimento dell'aria è continuo. Riformulando la frase di Kronecker si potrebbe allora affermare: «Dio ha creato il continuo, tutto il resto è opera dell'equazione di Schrödinger».In altre parole, gli interi non sono i termini iniziali della teoria, sono il risultato finale. In questa visione delle cose il termine «meccanica quantistica» è fuorviante. In profondità questa teoria non è quantistica e i fenomeni descritti dalla teoria plasmano il discreto a partire dal continuo sottostante. I costituenti della natura non sono le particelle come l'elettrone, i quark o il bosone di Higgs, ma i campi, oggetti continui e fluidi distribuiti nello spazio: il campo elettro-magnetico, il campo nucleare forte, il campo di Higgs e così via. Gli oggetti che chiamiamo particelle fondamentali non sono altro che increspature di campi continui.
Il campo quantistico
Anche se le teorie oggi più accettate (la meccanica quantistica ed il modello standard) ipotizzano che la realtà sia continua, molti fisici ritengono che al di sotto del continuo ci sia una realtà discreta, un po’ come l'acqua in un bicchiere che appare indifferenziata e continua su scala macroscopica e solo se osservata molto più da vicino mostra i suoi costituenti atomici. È possibile che un meccanismo del genere si trovi al cuore della fisica? Forse, se guardassimo a un livello più profondo, i campi quantistici continui del modello standard o addirittura lo stesso spazio-tempo rivelerebbero una struttura discreta soggiacente, così come si suppone nella teoria delle stringhe: gli elementi essenziali, gli oggetti fondamentali mono-dimensionali. Viste da vicino, tutte le grandezze continue sarebbero allora discrete, distribuite su una griglia fittissima che da l'illusione del continuo, come i pixel di uno schermo per computer. E allora, la realtà è analogica o digitale? Non conosciamo la risposta a questa domanda e forse in definitiva ha ragione Johann Wolfgang Goethe: «Tutto è più semplice di quanto si possa pensare e allo stesso tempo più complicato di quanto si possa capire»…

L'UNIVERSO UBBIDIENTE (O NO)?

  L’intero Universo potrebbe,  e dico potrebbe, obbedire alle leggi che un gruppetto di geni dei primi trent’anni del XX secolo,  era andato...