giovedì 30 novembre 2023

IL SISTEMICO NELLA MEDICINA (HAMER)

 

Le 5 Leggi Biologiche di  Rike Geerd Hamer sono una delle poche  scienze realmente sistemiche, un po' come la scienza dell'inconscio di Freud, Jung, Lacan, un sistema ovviamente inconscio che, come dice un altro grande studioso della psicoanalisi, Ignacio Matte' Blanco, si coglie per insiemi infiniti   Tradizionalmente, i sistemi di conoscenze si ritengono elaborabili solo all’interno di una prospettiva filosofica, mentre la ricerca scientifica viene fatta solo in ambiti strettamente delimitati, dove le variabili sono tenute sotto il massimo controllo, mentre l’andamento o le caratteristiche dei fenomeni osservati, strettamente segregati dal resto dell’esperienza, vengono verificati mediante procedimenti statistici. Lo sviluppo delle scienze sistemiche ha mostrato come gli stessi procedimenti usati per isolare le variabili oggetto di studio costituiscono una interferenza, che modifica il fenomeno osservato e, soprattutto, isolandolo dal suo contesto, ne rende inaccessibile il significato, che è dato dalle sue connessioni con il campo di esperienza, nel quale tale fenomeno si osserva; inoltre, l’isolamento delle variabili rende impossibile scoprire qualcosa di veramente nuovo, che non sia già implicito nell’ipotesi iniziale. In sostanza lo sviluppo della sistemica, che ha dato il suo impulso soprattutto in fisica, nella comunicazione, in psicologia, sociologia, in biologia degli eco-sistemi, non ha avuto la benché minima influenza sulle modalità di ricerca, che restano quelle tradizionali. Il metodo usato da Hamer, per formulare e definire il suo sistema, consiste nell’osservare il fenomeno, studiato nella sua integrità, senza isolarlo, senza interferire con esso, senza perdere i nessi con quanto sta accadendo contemporaneamente a tutti gli altri livelli di realtà e di elaborazione dell’esperienza. Egli ha imparato dai processi che si svolgevano sotto i suoi occhi, ha ordinato e sistematizzato quello che andava imparando. I suoi colleghi medici, come altri scienziati, non hanno avuto accesso alla verifica di processi estesi, completi, perché sono partiti dall’assunto dogmatico, precostituito all’esperienza, che una parte dei fenomeni osservati non sono da conoscere, ma da reprimere, in quanto maligni, perversi. La medicina tecnologica e riduzionista è cresciuta sul costante impegno di eliminare, arrestare quei processi naturali, che abbiamo considerato maligni, astrattamente, separandoli da tutto il resto dell’esperienza e della vita delle persone, senza capire niente sulla loro origine e sulla loro funzione. Il progresso tecnologico non è stato accompagnato di pari passo da una evoluzione della conoscenza e della comprensione dei fenomeni naturali, così che la crescente raffinatezza dei mezzi di indagine ha avuto il solo risultato di alimentare la paura di questi fatti ed il potenziamento delle strategie repressive e distruttive. Hamer ha avuto modo di vivere un processo di malattia cogliendone l’esperienza per intero, con la capacità di rintracciare i nessi tra i fatti che definivano la malattia con tutto quello che in contemporanea accadeva nella vita.
Questi nessi, che Hamer ha colto nel pieno della propria esperienza di malattia e di vita, costituiscono le coordinate del suo sistema di conoscenze, quindi il suo sistema
non rappresenta soltanto, come lui afferma, lo strumento di un "capovolgimento diagnostico", ma è anche il risultato e lo strumento di un capovolgimento epistemologico, il fondamento di un’evoluzione della conoscenza, perché permette di integrare livello teorico e piano di esperienza, di creare un sistema teorico che sia anche, di per se stesso, un processo di realtà. Questo è il vero motivo, per cui il sistema di Hamer non è solo diagnostico ma anche terapeutico: perché esso è correttamente diagnostico sul piano dell’esperienza. e' in sostanza una diagnosi che e' nel contempo definizione e prassi . Per questo, già con l’atto di comprensione di quanto accade nella vita della persona, la diagnosi estesa, sistemica, è già anche terapia: perché lo stesso procedimento che porta alla chiarezza diagnostica è un’esperienza di relazione che cambia la vita. Si direbbe che Hamer sia riuscito a dare alla medicina un reale carattere scientifico (spiegare i fatti osservati) proprio perché, riconoscendo alle malattie ed ai processi organici la loro reale natura di fatti umani complessi, egli si è disposto a studiare la medicina per ciò che realmente essa è: una conoscenza dell'uomo sull’uomo e per l'uomo: una scienza umana. Nessuno scienziato si impegna in un simile acrobatico rovesciamento di prospettiva epistemologica, a meno che non vi sia costretto dalla vita. Il processo di elaborazione delle Leggi Biologiche è quindi “scienza che viene dall’esperienza”, per come i fili con i quali questa conoscenza è stata tessuta affondano nella storia del dr. Hamer, sono gli stessi fili dei quali è stata intessuta la sua vita. Per questo, nel porre le ipotesi, nell’istruire le verifiche, nel costruire, mattone su mattone, l’edificio della sua medicina, egli non si è distaccato, nemmeno per un attimo, dal piano dei fatti, della realtà concreta e della sua complessità: ciò che sta accadendo, esperienza e vissuto personale di questo accadere, con tutte le sensazioni, emozioni, pensieri, movimenti e contemporanei fatti organici, cerebrali e comportamentali. Ogni affermazione della Leggi Biologiche si radica nella concretezza dell’esperienza di vita e ad essa ritorna, fino ad essere un tutt’uno con la vita stessa. Questo spiega perché l’esperienza che si ha dell'articolarsi delle Leggi lavoro, a differenza di quanto accade in altre discipline scientifiche, attraversa le persone a tutti i livelli di esperienza e ci si trova in un sistema rigorosamente interconnesso da funzioni logiche, matematiche, puntualmente e direttamente sottoposte a verifica, che, al tempo stesso, riconduce al significato di ogni elemento, alle sue connessioni con la vita. Il Dr. Hamer sintetizza questa esperienza complessa del sistema dicendo che esso è fatto con “precisione tedesca ed eleganza italiana” ecco ! forse e' proprio da tale assunto che ha dato alla sua Teoria la denominazione di Nuova Medicina Germanica, dimenticandovi di includervi anche la aggiunta di Italiana, (questa osservazione un po' ironica la facciamo noi Italiani magari un po' piccati per quella denominazione così esclusiva e unilaterale, magari canticchiando il refrain di una canzoncina di altri tempi fa, che faceva "Camerata Richard benvenuto, posa il sacco si

scivola bada, c'e' il nemico al di la' della strada parla piano che gia' ti ha veduto...." Chi e' il nemico di oggi? beh e' facilmente individuabile: la medicina tradizionale, riduzionista e iatrogena, lo scientismo ipertrofico, anche il consumismo e il tecnologismo esasperati, il post progressismo e tutta una serie di entita' e soggetti: Big Pharma, la OMS, le Multisocieta' Finanziarie, Soros, Gates, Rotschild, Rockfeller, Schwab e tutto il loro stuolo di servi della politica e dell'informazione. Di contro le Leggi Biologiche che con una forte riserbo chiamiamo anche Nuova Medicina Germanica, per la sua intima, puntuale connessione con la vita concreta e con fatti reali, ogni concetto ed ogni affermazione risulta inscritto in un sistema logico-matematico,che è, al tempo stesso, parte di un racconto, di un romanzo, di una storia, di una sorta di “ispirazione poetica”, nella quale scienza, arte e storia coincidono. E' essenzialmente poetica l’operazione di vedere un processo di malattia come movimento di guarigione, perché è esattamente quanto ci permette di liberare, comprendere e far funzionare questa tanto bistratta entita' tra il fisico e lo psichico per ciò che, nella loro vera natura essa e' : una esperienza tra il conscio e l'inconscio che ci riconnette con la funzione di trasformazione, che è la forza che ha guidato l’evoluzione della specie e che anche oggi ci orienta nei nostri processi evolutivi.
Per quanto la NMG (uso sempre con riluttanza questa dicitura, ma lo faccio anche per semplicita' linguistica) è strettamente interconnessa alla vita ed all’esperienza, essa rappresenta molto più che una metodica scientifica applicata: è un’evoluzione vera e propria del modo di vedere il mondo e di vivere la vita. Come tale, essa getta le basi di un nuovo umanesimo, che affonda le radici nei più profondi abissi dell’origine della vita, nei programmi che hanno condotto l’antico verme d’acqua ad esprimersi nelle forme e nei processi vitali degli esseri viventi, che attualmente popolano la terra e che ancora consentono al verme che siamo di continuare a trasformarsi e ad evolvere.
Ryke Geerd Hamer, si trovava all’apice di una vita di successo professionale, come medico, ricercatore ed inventore di strumenti medici, in grado di garantire, solo con i proventi dei suoi brevetti, il benessere economico suo e della sua famiglia, quando accadde il fatto che cambiò improvvisamente la sua vita e liberò il movimento che avrebbe portato all’elaborazione di un nuovo modo rivoluzionario di vedere le malattie. Il 18 agosto 1978, alle tre del mattino, Dirk Hamer figlio del dr. Hamer, viene ferito da un colpo di fucile sparato dal principe Vittorio Emanuele di Savoia, durante un alterco con dei vicini, mentre dormiva in una barca ancorata nel porto dell’isola di Cavallo. Morì il 7 dicembre successivo dopo 19 interventi ed una terribile agonia. Due mesi dopo questo evento, il dr. Hamer scoprì di avere un tumore al testicolo destro. Durante la degenza in clinica comincio' a rendersi conto che il suo tumore aveva una stretta correlazione con il trauma della perdita del figlio.
Essendo un medico oncologo, quindi un addetto ai lavori, gia' nella sua degenza comincio' a commisurare la sua esperienza con altri pazienti affetti dal medesimo male, che avevano tutti, dico tutti senza neppure una sola eccezione, una similare esperienza di grosso trauma all'origine, diciamo come eziologia, della grave affezione Tornato al lavoro in un reparto di oncologia ginecologica, egli provvide a verificare la sua intuizione riguardante la connessione tra evento traumatico ed insorgenza del cancro. Con una serie di interviste sistematiche, rilevò con ancora maggiore precisione che tutte le pazienti ammalate di cancro delle ovaie hanno subito, poco prima di ammalarsi, un trauma di perdita, proprio come era accaduto a lui stesso con suo figlio. Da queste prime osservazioni, comincio' a ricavare un precisissimo, inequivocabile sistema di correlazioni tra cancro ed evento traumatico che lo genera. In memoria del trauma che era all’origine del suo cancro, Hamer chiamo' il trauma biologico che genera la malattia “Dirk Hamer Syndrome” o “DHS”, e “conflitto biologico” lo stato durevole di attivazione simpaticotonica, che si instaura in conseguenza del trauma.
In seguito alla pubblicazione di questa prima scoperta, il direttore della clinica oncologica impose ad Hamer di ritrattare le sue affermazioni sulla genesi del cancro oppure di prepararsi a lasciare la clinica.Sapendo che ben presto sarebbe stato costretto a lasciare la clinica, Hamer impegnò tutto il tempo che gli restava al lavoro, nella ricerca e nello studio dei dati a sostegno ed approfondimento della sua teoria, rafforzando la convinzione di una genesi traumatica del cancro. Nel suo lavoro di analisi dei dati, egli si accorse che ogni tipo di cancro sembra corrispondere ad un contenuto specifico del trauma che lo genera e della tensione conflittuale che lo accompagna, proprio “come se fosse la psiche stessa a determinare se e dove si vada a formare il cancro”. Inoltre, Hamer aveva notato che ogni tipo di cancro ha un tempo di latenza (il tempo che passa dalla DHS alle prime manifestazioni sintomatiche) specifico. Riesaminando ed ampliando la sua casistica, con particolare attenzione ai “carcinomi silenti”, Hamer si accorse del fatto che, in tutti i casi, nei quali i pazienti erano sopravvissuti, il conflitto attivato dal trauma era sempre risolto, mentre, i pazienti che erano . non avevano risolto il conflitto. Va sottolineato come nel corso di questa sua prometeica ricerca, Hamer abbia sempre avuto una stretta relazione con suo figlio Dirk, che ha continuato ad apparirgli in sogno, a sostenerlo, incoraggiarlo ed ispirarlo nel suo lavoro e nella pubblicazione delle sue scoperte. Per questo egli considera la NMG come l’eredità di suo figlio Dirk al mondo e si considera l’esecutore testamentario del figlio, nel dare forma a questa scienza e comunicarla al mondo. Dopo la scoperta del nesso tra soluzione del conflitto e decorso di guarigione, Hamer fece una relazione, nella quale presento' ai suoi colleghi della clinica le sue scoperte, avendone come risposta il suo immediato licenziamento. Nel corso della sua ricerca sull’origine psichica del cancro, Hamer cercò di spiegarsi come si realizzi la connessione tra psiche e organo: “Come fa il livello psichico ad agire su quello organico?”. Per rispondere a questa domanda, egli fece l’ipotesi che la comunicazione psiche-organo avvenga tramite il cervello.
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E’ strano..." osservo' in numerose occasioni "...che in questa epoca di computer, di programmazione, di cibernetica, non si sia mai presa in considerazione l'idea che via sia anche per noi esseri umani un programmatore centrale che governi tutto il nostro corpo, ovvero in relazione all’insorgenza ed al decorso delle malattie, non si sia mai presa in considerazione la funzione del cervello, ma si considerino queste come il risultato di alterazioni meccaniche, di agenti patogeni, di deterioramento, di aggressioni più o meno casuali" Secondo Hamer, il cervello rappresenta il computer del corpo, regola le attività degli organi, che sono “la macchina”, nei processi di malattia, esattamente come in ogni altro processo. Qualsiasi processo non è causato da un livello esterno, ma interno e accade simultaneamente in modo sincrono, su tutti e tre i livelli. Questo significa che le malattie non sono accidenti casuali che colpiscono il corpo, ma l’espressione di un ben definito programma, guidato dal computer “cervello”, collegato con tutto il resto degli organismi viventi e pertanto, connesso in modo sincronico anche col corpo e con l’attività psichica dello stesso organismo. Sulla base dei dati raccolti e delle sue elaborazioni, Hamer scrisse una tesi di abilitazione alla libera docenza, che, nell’ottobre 1981, presentò alla Università di Tuebingen, con l’intento di far istruire un procedimento di verifica delle sue scoperte, in modo che queste potessero essere messe a disposizione dell'umanita'. Nello stesso anno curò la prima edizione tedesca di questo testo“Kurzfassung der Neuen Medizin” (Riassunto della Nuova Medicina). La verifica sarà ripetutamente rifiutata dall’Università, anche davanti all’ingiunzione del tribunale, ed il testo della Tesi verrà più volte rielaborato. Quello che ne resta, dopo le successive rielaborazioni e le successive nuove edizioni, si trova oggi sotto il titolo “Il capovolgimento diagnostico”. Nonostante il clima minaccioso, che si andava sempre più aggravando, con le manifestazioni di ostilità che le pubblicazioni delle scoperte di Hamer riscuotevano nell’ambiente medico, egli continuo' le sue ricerche, concentrandosi specialmente sul sincronismo del decorso delle malattie sui tre livelli: psiche, cervello e organi. L’ipotesi che, dal momento della DHS, si attivi nel cervello un programma, che garantisce il decorso sincrono del processo sui tre livelli, indusse Hamer ad uno studio attento dei processi che, nel decorso delle malattie, si attivano a livello cerebrale. Osservando le TAC cerebrali, la sua attenzione venne attratta da certi segni caratteristici, simili a quei riverberi, che vengono considerati dai medici “artefatti”, cioè effetti dovuti ad un funzionamento difettoso della macchina. I medici erano così abituati a trascurare questi segni, che ritennero non avere alcun valore diagnostico. Di contro l’attenzione di Hamer, nell’esaminare le TAC cerebrali era resa più acuta dal suo intento di cercare, nel cervello, i segni dell’attività del programma responsabile del sincronismo tra livello psichico e livello organico, nel decorso di una malattia. Perciò egli andava notando che uno di questi segni, ritenuti artefatti, nella sua TAC cerebrale e nelle TAC delle pazienti che soffrivano di cancro delle ovaie, era sempre presente ed era sempre localizzato nell’area cerebrale che regola l’attività delle ovaie o dei testicoli. Dalla persistenza della localizzazione del segno, Hamer dedusse che, in effetti, si trattava del segno di una attività cerebrale, collegata con la concomitante malattia organica. Da queste osservazioni egli ricavò, nel 1983, la teoria dei “focolai di Hamer”, come egli chiamò le formazioni a cerchi concentrici, che segnalano l’attivazione di un’area cerebrale. Questi campi magnetici “a bersaglio” sono stati così battezzati dai colleghi di Hamer ai quali egli li aveva mostrati e che, per ridicolizzarlo, li chiamavano “quei buffi focolai di Hamer”.
L’individuazione dei focolai di Hamer rappresenta l’ultimo mattone della sua prima legge biologica, che egli chiamò “regola ferrea del cancro”. Dopo questa scoperta, la ricerca di Hamer diventò sempre piu' uno studio sistematico, con distribuzione dei dati su tre livelli, una registrazione di tutto ciò che accade nella esperienza psichica, comportamentale e relazionale dei pazienti. Dall’analisi di questi dati e' nato il sistema di correlazioni, che sta alla base della NMG, tra contenuto della DHS e del conflitto con la localizzazione del FH nel cervello e con la localizzazione e la forma del relativo programma organico. Il programma attivato dalla DHS decorre sui tre livelli in modo sincrono, cosa che permette di prevedere, conoscendo i fatti che accadono in uno di questi livelli, cosa sta accadendo negli altri due. La regola ferrea del cancro è il fondamento del sistema delle Leggi Biologiche: Nel 1983, Hamer comincio' a rendersi conto che quanto scoperto, sulla genesi del cancro e sul sincronismo del processo su tre livelli, non riguarda solo le malattie oncologiche, ma tutte le malattie, quindi comincio' ad usare per i processi patologici non cancerosi, il termine “equivalenti del cancro” o “oncoequivalenti”. Tutte queste scoperte vennero presentate, sempre nel 1983 in una trasmissione della televisione tedesca e ai primi dell'anno successivo vennero riassunte in un saggio dal titolo “Cancro, malattia dell’anima, corto circuito nel cervello, il computer del nostro organismo, la legge ferrea del cancro” edito dalla Casa Editrice “Amici di Dirk”, che nel frattempo aveva fondato. Il questa fase, Hamer vedeva ancora il cancro come il risultato di un disturbo del funzionamento del sistema psiche - cervello - organo, e quindi la catalogava come malattia causata da un trauma che aveva ingenerato un corto circuito nel cervello, ma già cominciava a rendersi conto che la cura di questa malattia consisteva in una collaborazione tra medico e paziente ed in una comprensione profonda, del primo verso il secondo, della sua vita e dei suoi vissuti, e quindi in un aiuto che consenta al paziente di riprendere in mano la sua vita, di riparare naturalmente le sue ferite. Sulla base di questa comprensione delle dinamiche terapeutiche, Hamer continuò ad aprire e far funzionare delle cliniche per i suoi pazienti, ispirate alla sua nuova intelligenza diagnostica e terapeutica, le “Case degli amici di Dirk”: rifugi per malati, per lo più già dimessi dagli ospedali con diagnosi terminali, di una concezione del tutto nuova e rivoluzionaria, fondati sulla collaborazione, sulla funzione terapeutica del gruppo, dell’aiuto reciproco, sulla puntuale conoscenza dei fatti e delle leggi biologiche da parte dei pazienti, che restano sempre a capo del processo terapeutico e dove, soprattutto, questi non si sentono confusi da cinquemila ipotesi, minacciati da continue analisi invasive, da interventi e terapie distruttive, dove si sentano a casa loro, al sicuro, con l’aiuto necessario ad affrontare processi biologici naturali e non necessariamente minacciosi. Nel corso di questa esperienza Hamer diventò ancora più sicuro del fatto che i processi biologici ed esistenziali che chiamiamo “malattie” sono aspetti naturali da seguire e conoscere e non nemici da combattere e che, nel processo terapeutico, il medico deve essere un alleato, un amico dei suoi pazienti e non un padrone: egli deve favorire e procurare tutte le condizioni che fanno sentire il paziente al sicuro, a casa sua, tra amici, circondato dai suoi cari, in un contesto, in cui possa mantenere o recuperare funzioni utili per se stesso e per il gruppo, si possa mantenere attivo, per quanto possibile, e collabori alla vita sociale della casa, in modo da riconciliarsi con tutti gli aspetti vitali dell’esistenza. Non solo la cassa mutua ha sempre rifiutato di sostenere economicamente queste iniziative, ma ogni nuova “casa degli amici di Dirk”, che Hamer tentò di far funzionare, venne sempre chiusa dalle autorità, con i motivi più disparati, compreso quello di irregolarità nella gestione del personale. Nel 1987, Hamer formulò la seconda, terza e quarta legge biologica. Nelle sue esperienze con i pazienti, egli aveva osservato che tipi diversi di cancro o malattie diverse avevano differenti tempi di latenza, dalla DHS alla fase sintomatica; inoltre aveva notato che, prima dell’insorgenza dei sintomi, c’era una fase di stress simpaticotonico, in cui si avevano lievi disturbi, le malattie cosiddette “fredde”, oppure nessun disturbo, mentre, nella fase sintomatica seguente, insorgevano le cosiddette “malattie calde”, con disturbi più marcati, forti, prolungati. Da queste osservazioni, Hamer arrivò a formulare la “legge del decorso bifasico delle malattie (seconda legge biologica). Questa legge afferma che il decorso del programma attivato dalla DHS si sviluppa in due fasi: una fase simpaticotonica di conflitto attivo (dal trauma alla soluzione del conflitto) ed una fase vagotonica di guarigione (dalla soluzione del conflitto al ristabilimento). Hamer aveva notato anche che certi tipi di cancro crescono nella prima fase del decorso o “fase di conflitto attivo”, che insorge subito dopo la DHS, mentre altri si sviluppano nella seconda fase o “fase di guarigione del conflitto”, dopo che il conflitto è stato risolto.
Questo spiegava la diversa latenza di tipi diversi di cancro.
Per indagare questo fenomeno, Hamer prese a studiare con la massima serieta' l' embriologia, che gli permisero di stabilire che i tessuti derivati dallo strato endodermico dell’embrione e dal mesoderma arcaico, ovvero quelli diretti dalla parte più antica del cervello (tronco cerebrale e cervelletto), presentano una proliferazione cellulare nella fase attiva del conflitto ed una demolizione in fase di guarigione, mentre i tessuti che derivano dal foglietto ectodermico e dal mesoderma recente, diretti dal cervello recente (corteccia e midollo cerebrale), manifestano necrosi o citostasi (arresto della riproduzione cellulare) in fase attiva e ricostruzione in fase di guarigione (terza legge biologica: sistema ontogenetico del cancro). A queste si aggiunge la quarta legge biologica, ovvero la legge che attribuisce una funzione biologica ai microbi (funghi, batteri, micobatteri e in prima battuta anche i virus che pero' nelle successive esplicazioni furono depennati in quanto non cotalogabili come organismi viventi),
i quali non solo non ci attaccano dall’esterno per distruggerci, come ipotizza la medicina tradizionale fondata sul mercimonio espresso dal binomio Pasteur/Rockfeller previo il famigerato Protocollo Flexner che associo' imperituramente la chimica dei derivati del petrolio con la farmacologia, ma sono nostri simbionti e svolgono un utile lavoro nel nostro organismo. La quarta legge stabiliva difatti che ogni tipo di microrganismi è specifico per ogni tipo di tessuto e che ha, in quel tessuto, una funzione specifica e sensata da un punto di vista biologico. I funghi ed i micobatteri demoliscono i tumori endodermici e del mesoderma antico, mentre i batteri sono ricostruttori dei tessuti mesodermici ed ectodermici. La proliferazione e la riduzione del numero dei microrganismi, come la loro funzione, viene regolata dal cervello a seconda del bisogno dell’organismo. Hamer chiamò questa quarta legge: il “sistema dei microbi ontogeneticamente condizionato”.
Dopo queste scoperte, Hamer cominciò a cambiare idea sul senso delle malattie ed a rendersi conto che queste sono SEMPRE dei processi biologicamente sensati. Vedere le malattie in funzione del tipo di tessuto e della sua derivazione embrionale è una chiave determinante, per arrivare a comprenderne il senso e la funzione. Con questa consapevolezza, da ora in poi, di fronte ad un processo di malattia, Hamer si chiederà sempre “a cosa serve?”, “quale funzione, quale senso biologico ha ?”. Nel 1987, Hamer pubblicò una raccolta delle sue ricerche, comprensiva delle acquisizioni più recenti, corredata da diverse esemplificazioni e resoconti di casi clinici, nonché da una prima sintesi schematica del sistema di correlazioni. Egli intitola questa prima raccolta “Vermaechtnis einer neuen Medizin“, “Testamento per una Nuova Medi
cina”.
Nel 1994 Hamer formulò per la prima volta la quinta legge biologica, detta "la quintessenza“ che rappresenta la legge della comprensione, dal punto di vista evolutivo, di qualsiasi malattia come parte di un Programma Speciale biologico e sensato della natura (SBS). Con la quinta legge, Hamer pone il suggello a tutta la sua teoria la sua precedente concezione generale delle malattie e si spinge su un terreno teorico affatto rivoluzionario, dove, oltre al capovolgimento diagnostico già operato dalle precedenti quattro leggi, opera anche un cambiamento epistemologico, un capovolgimento del senso delle malattie e del rapporto col proprio corpo, oltre che della relazione degli esseri umani col resto della natura, infatti, mentre nella prima fase del suo lavoro di ricerca, Hamer pensava ancora che la DHS, lo choc biologico, fosse un “corto circuito”, quindi una sorta di guasto del cervello, un fallimento dell’organismo, una degenerazione o aberrazione della natura da correggere o rimediare, ora, con la quinta legge, riconosce che anche quelle che chiamiamo “malattie” sono processi naturali funzionali e sensati, compresa la DHS. Le sue formulazioni scientifiche, il suo modo di impiegarle nella cura dei pazienti e delle vicende della sua vita, gli procurano l’avversione delle lobbies farmaceutiche e anche di potenti logge massoniche e sioniste e lo fecero oggetto di un’incessante persecuzione: privato dell’abilitazione all’esercizio della professione medica nel 1986, ha subito un primo arresto in Germania nel 1997, subendone altri due . sempre per l’accusa di esercizio illegale della professione. .

IL SISTEMA DELLA NUOVA MEDICINA.
Il sistema di correlazioni che costituisce la Nuova Medicina di Hamer si basa sulle citate cinque leggi biologiche, che descrivono i processi biologici così come li possiamo osservare in natura, se ne seguiamo lo sviluppo senza interferire.
Questi sono costituiti da programmi biologici sensati.
Un organismo vivente dispone di programmi normali, che regolano il funzionamento dei vari tessuti, organi e sistemi organici e provvedono all’auto-mantenimento .
Accanto a questi programmi normali, sono stati codificati nell’organismo anche dei programmi speciali, che entrano in funzione in condizioni di emergenza.
Il nostro organismo è un sistema vivente, esso funziona registrando, elaborando e ristrutturandosi in funzione di tutto ciò che accade. Ogni cosa che accade deve essere integrata. Quando ciò che accade è così improvviso, inaspettato o inconcepibile, le modalità normali di integrazione vengono disattivate e si attiva un programma speciale.
I programmi speciali sono procedure di codifica e di ristrutturazione della memoria biologica: essi sospendono l’organismo in presenza di un’esperienza improvvisa e nuova, costruiscono nuovi circuiti di memoria biologica sia negli organi che nelle cellule. In pratica, essi consentono una riprogrammazione della memoria biologica, del DNA, e inseriscono questa riprogrammazione in una memoria olografica, che si estende, per campi auto-simili, agli altri individui della stessa specie ed a tutta la materia vivente. Queste procedure sono coordinate, nel corpo, dall’encefalo e dal cervello della cellula, che comunicano, per risonanza, con tutto il processo vitale.
Quello che noi chiamiamo “malattie” non sono altro che frammenti di questi programmi biologici speciali, pezzetti di stringhe di informazioni, che attivano procedure. Questo significa che, quando ci ammaliamo stiamo imparando qualcosa di nuovo e stiamo inserendo le informazioni di questo processo nella memoria della specie. Altro che genetica!
Quando ci ammaliamo, quindi, abbiamo l’occasione di acquisire funzioni nuove, se non siamo troppo preoccupati di quelle che perdiamo. Come uno scultore, noi ci plasmiamo nel processo vitale, “per mettere e per levare”, cioè aggiungendo o togliendo qualcosa nel nostro corpo, che è la nostra copia unica della memoria dell’evoluzione della nostra specie.
I programmi biologici speciali e sensati della natura sono gli attrezzi con i quali la specie si è evoluta, producendo individui in forme sempre nuove e diverse e condensando l’esperienza di questa evoluzione nei corpi degli individui attuali. Questi attrezzi sono ancora oggi gli strumenti che usiamo per evolvere e trasformarci.
Ogni trauma attiva un programma SBS. Quale particolare programma viene attivato dipende dal contenuto del vissuto traumatico.
I programmi SBS sono stati codificati nell’organismo in momenti diversi della storia dell’evoluzione della specie e vengono richiamati nelle diverse fasi dello sviluppo embrionale. Quindi li troviamo oggi codificati nei tessuti, in funzione della derivazione embriologica di questi tessuti.
I tessuti derivati dallo strato o foglietto endodermico dell’embrione codificano i programmi SBS relativi alle funzioni di afferrare, inglobare, digerire il boccone e di espellere le sostanze di rifiuto, nonché alla funzione di vomitare il boccone cattivo o velenoso.
Questa funzione è estesa anche al boccone “aria” ed al “boccone suono- informazione acustica”.
Queste funzioni corrispondono al primo livello organizzativo dell’evoluzione della specie, il verme d’acqua e sono regolate da una parte del cervello più arcaico (paleo-encefalo), il tronco cerebrale.
Esse si attivano per traumi in cui non si riesce ad afferrare, ingoiare, digerire un boccone, sputarlo, vomitarlo; oppure non ci si può liberare di escrementi.
I tessuti derivati dal mesoderma arcaico (le “pelli”interne, di protezione), regolati dal cervelletto, contengono programmi SBS che sono stati codificati all’epoca della storia evolutiva corrispondente all’organismo dell’anfibio, e si attivano in risposta a conflitti di attacco fisico all’integrità del corpo.
I tessuti della struttura (ossa, muscoli, sistemi di trasporto, sangue, ecc), derivati dal mesoderma recente e coordinati dal midollo cerebrale, codificano programmi SBS dell’epoca dello sviluppo della vita terricola e rispondono a conflitti di svalutazione.
I tessuti di derivazione ectodermica, regolati dalla corteccia del neo-encefalo, codificano programmi SBS dell’epoca dello sviluppo dell’organizzazione sociale e rispondono a conflitti nell’ambito della relazione (sensibilità, movimento, vita affettiva, posizione gerarchica, ecc).
. Nella nostra forma attuale, corrispondente all’odierna fase evolutiva, stiamo integrando nuovi programmi SBS, mentre viviamo le nostre “malattie”.
Il livello dei fatti biologici costituisce anche la base di un linguaggio comune di tutta la materia vivente, dal momento che i programmi biologici si osservano, con le stesse caratteristiche e lo stesso senso, in ogni creatura vivente.

sabato 25 novembre 2023

COMPLOTTI NON DI BOTTEGAI

Ci sono rivolte, sommosse, rivoluzioni e rivolunzioncine di cui la matrice bottegaia e  massonica e’ meno evidente, ad esempio a proposito della rivolta del sette e mezzo a Palermo o di quella dei Fasci siciliani del 1894, anzi forse del tutto inesistente e alcune volte addirittura antitetica. Se ad esempio nel processo di unificazione dell’Italia, l'intromissione della Massoneria  e’ fin troppo palese,  non altrettanto puo’ essere  rimarcato per quello della Germania, dove una classe di potere egemonica ha poco o nulla a che spartire con la mentalita’ commerciale e bottegaia dell’Inghilterra e dei Paesi ad essa correlati - l’Italia tra le prime in Europa, ma anche gli Stati Uniti, specie quelli che si affermeranno dopo la vittoria della coalizione nordista – sono state dei banchi di prova in quel decennio sessanta  dell'influenza massonica . ma non la Germania  che ancora fa mostra di una sorta di retaggio guerriero, ovvero “l’eta’ dei guerrieri” alla Esiodo, così le folgoranti vittorie militari, il piglio della sua classe militare, la valenzia della nazione battistrada la Prussia, di cui lo stesso cancelliere Bismarck non disdegna di rivestire spesso fogge militari. Su tale falsariga e’ l’Impero austriaco che nel 1867 diviene  austro-Ungarico, anche se sotto tutela prussiana che l’ha battuta in guerra a Sadowa l’anno precedente . L’odio, la repulsione della Massoneria e della loro patria bottegaia (la celeberrima "Perfida Albione") per questi retaggi di spirito guerriero  nelle nazioni d’Europa centrale, che  a tratti e con accezioni assai spesso contrastanti,  si dilata anche all’Impero russo e’  feroce e attraversa tutto il XIX secolo con una vera e propria esplosione deflagrante nel 1914: in tale anno difatti la Massoneria non perdera’ occasione per operare un deciso salto di livello, non piu’ con una rivolta, neppure piu’ con una rivoluzione, ma con una guerra mondiale di proporzioni ed entita’ quali non si erano mai viste in tutta la storia dell’umanita’.

Ho gia' osservato come ritengo che la massoneria e' la vera sobillatrice dell’ordine costituito in quell’estate del 1914, la massoneria che si serve della piu’ bottegaia delle nazioni che
  e’ pronta a riversare tutta la sua influenza commerciale nei campi di battaglia, e trascina abilmente i suoi razzaffonati alleati sfruttando abilmente certe discrasie spesso e volentieri di vecchia data : uno spirito di revanche della cocente sconfitta di Sedan del 1870 per la Francia, la Russia puntando sulla sua eterna rivalita’ con gli imperi teutonico e aburgico,  e ultima, un po’ per il colletto, una Italietta di scarsa affidabilita’ sia per i suoi voltafaccia  sia visti i suoi non esaltanti precedenti militari (la sconfitta del ’66, la farsa della presa di Roma nel ‘70 e anche una debacle coloniale  addirittura in una battaglia campale contro gli abissini nel 1896 ). I Guerrieri teutonici si rivelano però ossi duri da spolpare e solo per una serie di disgraziate circostanze non colgono specie nei primi mesi di guerra quella folgorante vittoria che
 probabilmente avrebbe decretato il fallimento di tutta la bottega ed allora ecco ricorrere all’aiuto oltre oceano degli apprendisti nuovi capi bottega . Mai come in quel 1917, 
 dopo tre anni di logoranti battaglie e milioni di morti,  i Maestri Massoni debbono essersi compiaciuti della scelta dei loro antenati di favorire l’indipendenza degli Stati Uniti d’America,  una nuova entita’ staccata dalla madre patria, ma sempre unita da vincoli piu’ forti di quelli nazionali: sara’ infatti la scesa in campo degli americani a far pendere la bilancia dalla parte della Intesa di Inghilterra, Francia e Italia , anche se deprivata dell’alleato russo a causa di una rivoluzione. Rivoluzione di febbraio e soprattutto Rivoluzione di ottobre cosidetta bolscevica, per la quale non
mi sento di attribuirle una matrice massone, ma anzi questa volta organizzata 
 proprio dalla parte avversa, la parte riconducibile ai “Guerrieri” desiderosi con ogni mezzo di staccare dalla contesa pezzi della coalizione nemica. Sono d’accordo che la Massoneria soprattutto di etnia ebraica era contrarissima al potere dello Zar e da parecchi anni fomentava rivolte contro la Russia favorendo altresì altre nazioni contro di essa, come ad esempio con la guerra russo-giapponese, pero’ nel 1914 aveva per ragioni di stato e di opportunita’ strategica  dovuto accettarne l’alleanza nel conflitto. L’atavico odio della massoneria ovvero di quella borghesia sempre piu’ elitaria in senso mercantile e commerciale,  contro la concezione stessa dell’Impero che  vedeva in tale istituzione solo un ostacolo al suo spirito mercantile e commerciale legato al profitto, doveva per il momento scendere a patti e operare un distinguo, pero’ quando nel 1917 l’Alta Finanza Germanica su commissione dello Stato maggiore tedesco  comincio’ a finanziare la rivoluzione in seno alla Russia, molto probabilmente l’Alta Finanza Inglese ed ebrea si mantenne neutrale, dedicando la sua attivita’ a favorire il pronto intervento nel conflitto degli USA ovviamente dalla loro parte: è  una tesi questa non condivisa dall’autore dell’accennato libro” Rivelazioni non autorizzate” Marco Pizzuti, che anche per la Rivoluzione Bolscevica da’ gli stessi finanziatori e organizzatori, prendendo a sostegno il fatto che per la appena precedente rivoluzione di febbraio il suo protagonista  Alexander Kerensky fosse sia un ebreo che un massone .  Ma a mio parere un conto e’ la rivoluzione di Kerensky che aveva tratti socialdemocratici e quindi in linea con l’interesse commerciale ed economico dei Paesi dell’Intesa e soprattutto dell’alta finanza ebrea pilotata sempre dalla massoneria , un  conto e’ la rivoluzione  d’ottobre che da subito aveva fatto mostra di  quei caratteri di estremismo esasperato , che lasciava intendere chiaramente che mai piu’ una rivoluzione capitanata da un fanatico ideologo e demagogo come Lenin avrebbe continuato la guerra a fianco di Paesi capitalisti . E’ difatti cosa fin troppo nota che Lenin prigioniero dei tedeschi per le sue attivita’  sediziose in germania  non solo venne liberato, ma fu fatto viaggiare su un vagone blindato di un treno protetto da truppe tedesche con meta esclusiva la frontiera russa, proprio per sobillare con tutta la sua consumata abilita’ la rivoluzione e favorire un esito estremo che portasse alla defezione della Russia dalla guerra.
Un po’ la stessa musica per il secondo grande protagonista della rivoluzione d’ottobre Leone Trotsky, che viveva a New Jork in quanto espulso dalla germania e che la comunita’ Germanica d’America fece imbarcare segretamente per San Pietroburgo nel marzo 1917. Il mio parere e’ che se la massoneria di cui sembra che sia Lenin che Trotzsky facevano parte, 
 aveva investito su tali personaggi era piu’ una questione di anni passati, per intenderci ai tempi della guerra Russo Giapponese, dell’ammutinamento della corazzata Potemkin, ma in quel 1917 la palla di un simile complotto era passata alla’alta finanza germanica su commissione dello Stato Maggiore germanico   che diede avvio appunto alla operazione di favorire una rivoluzione con il movente specifico di   far defezionare dal novero dei nemici una componente di primissimo piano. Facciamo una ulteriore riflessione: le cose della vita, specie quando ci sono in gioco grandi interessi, non sono mai bianco e nero, ma hanno una varieta’ illimitata di grigi, così anche io penso che la massoneria, l’alta finanza internazionale quasi tutta di etnia ebraica , abbiano avuto parte in complotti di ogni genere soprattutto nel favorire quello spirito falsamente democratico, larvatamente buonista,  apparentemente propenso alla emancipazione delle masse, che specie ai giorni d’oggi e’ diventato dominante: ovvero  un po’ l’aggiornamento del “pecunia non olet” dell'Imperatore Vespasiano
 ovvero il denaro non puzza, questo significa che da qualunque parte vengano i profitti, saranno sempre ben accetti, il danaro non ha odore e non ha personalita’, piu’ aperta sara’ la societa’ e tollerante di tutte le posizioni, anche le piu’ estreme, 
 piu’ ampio sara’ il consumo e quindi il guadagno; ecco   quindi  la spiegazione del perche’ sia Massoneria che l’alta finanza e i notabili  ebrei, abbiano sempre caldeggiato emancipazione e le idee liberali e perseguito, o meglio fatto perseguire da pensatori prezzolati le piu’ avanzate e cosidette progressiste,  idee e movimenti di totale apertura ad ogni istanza come uno dei piu’ famosi ronzini di tale tendenza karl Popper  ha cercato di condensare nel suo ignobile saggio “La societa’ aperta e i suoi nemici” un testo che non a caso e’ divenuto una sorta di bibbia e di manuale d’uso delle lobbies internazionali di industrialismo e consumismo  esasperato in questi primi decenni del terzo millennio, grazie anche al suo allievo George Soros, che proprio grazie alla farsa di una presunta pandemia, all’inganno e alla manipolazione 
perpetrata con un impiego massiccio di danaro e la mobilitazione della quasi totalita’ dei mass media , è a tutt’oggi in primissimo piano nel tentativo di asservire in maniera totale l’umanita’ ai principi di un iper capitalismo che ha gettato ogni maschera e si è finalmente congiunto con la faccia fino a poco fa tenuta oscura della sua stessa medaglia, 
 quella del socialismo progressista,  giustappunto di una societa’ aperta  dove ogni diversita’ venga appianata in nome del feticcio del consumo globalizzato, ma pilotato da ristrettissime elites

lunedì 30 ottobre 2023

LA TEORIA DEL CONTE DI GUIBERT COME BASE DI NAPOLEONE

 

In termini pratici, ai primi di giugno di quel 1796, Bonaparte ormai padrone del Milanese, aveva continuato a fare quello che il Direttorio gli avallava oramai con fervente entusiasmo e anche la popolazione di tutta la Francia gli tributava quel plauso che oramai rasentava l’adorazione. Era lui il Generale che più di ogni altro incarnava la Rivoluzione e l’Italia stava mostrandosi una sorta di luogo di elezione delle idee dell’89: nessuno però andava a sottilizzare come otteneva tali risultati, ovvero imponendo sempre nuove tasse e gabelle ai territori degli Stati che proditoriamente invadeva e spogliandoli delle ricchezze artistiche, spaventandone a bella posta i governanti e minacciando con particolare enfasi le ribellioni che qua e là si verificavano, soprattutto nel Milanese dove l’unica fortezza ancora in mano all’Austria era rimasta Mantova. Le aspirazioni a continuare le direttive del piano del Direttorio ovvero di invasione “sur le derriere” della Germania erano oramai decisamente rientrate e così anche quelle di invadere l’Italia Centrale, soprattutto perché oramai bastava semplicemente minacciare i pavidi Stati Italiani per ottenere tutto quello che desiderava; così era successo con il Ducato di Parma , così con la Repubblica di Venezia ed ora anche con il Re di Napoli che un suo contingente di appoggio all’Austria era stato battuto a Borghetto sul Mincio e persino con il Papa e lo Stato Pontificio che si erano piegati alla sua volontà quasi senza neppure vederla una giubba di un soldato francese. Sotto il profilo squisitamente militare, come abbiamo cercato di dettagliare, il generale Bonaparte aveva eseguito un piano preconfezionato a Parigi un anno prima della sua esecuzione, di cui eccettuato il rintuzzato attacco austriaco di Cairo Montenotte, successo dovuto più al suo sottoposto Massena, che a lui, non c’erano state successivamente che scontri contro retroguardie, anche qui dove erano emerse doti di comando e azione dei sottoposti, sempre di Massena che sempre più si mostrava meritevole di quell’epiteto di “invincibile” ma anche di Berthier, che era il Capo di Stato Maggiore dell’Armata, degli altri due Augereau e Serurier comandanti in seconda ovvero quello che di li’ a poco sarebbe stato etichettato come “comandante di Corpo d’Armata” e anche una serie di generali a livello di Divisionari : Cervoni, Dallemagne, Ordener. Ma più che altro quello che davvero aveva infuso le ali ai piedi della fortuna del Bonaparte era stata la defezione, per motivi del tutto estranei alla strategia militare, dell’Esercito Piemontese, culminata con l’improvviso armistizio di Cherasco. E’ qui e non sul Ponte di Lodi che può addursi l’inizio di quella particolare considerazione che non fa più riferimento a fatti reali, concreti, ma piuttosto considera gli eventi come una sorta di recita da abbellire, colorare e su diciamolo, anche da inventare di sana pianta, fino pervenire ad una composizione per così dire ineccepibile e anche non scevra di alcune suggestioni che in un’epoca di nascente romanticismo quale quel “fin de siecle” in cui ci si trovava nella piana d’Italia, non potevano che polarizzare l’attenzione e accendere gli entusiasmi di larghi strati delle popolazioni, anche di quella stessa Italia le cui porte si erano come magicamente dischiuse a fronte di uno scalcinato esercito comandato da un Generale poco più che un ragazzo: e’ la ragion di stato di un Regno come quello dei Savoia, famoso per il suo opportunismo, per il suo cambiare bandiera, per le sue appunto molteplici “ragion di stato” che era da perlomeno tre anni che tramava per sganciarsi da una alleanza con l’Austria, che provoca il collasso della potenza offensiva del contingente austriaco e quindi induce ad una strategia peraltro perfettamente eseguita, di ritirata strategica, impegnando nelle battaglie di contenimento sia a Ceva che a Mondovi che a Lodi ed infine anche a Borghetto sul Mincio, solo forze di retroguardia: tutte pieces però che la oramai collaudata macchina propagandista del Direttorio era in grado di trasformare in sfolgoranti vittorie, a beneficio di se’ stesso certamente, del suo potere, della sua oculatezza e anche a grande incremento delle sue finanze stante i cospicui beni che continuamente riceveva dalle provincie occupate, grazie a quel nuovo modo di intendere la guerra da parte del giovane generale. Ma ecco il punto : proprio sicuri che quel Generale di 27 anni era  solo una sorta di bella statuina capace di impersonare la parte che per ora si era convenuto di fargli interpretare? Napoleone Bonaparte non si discostava granchè dal clichet del Generale della Rivoluzione, lo abbiamo visto impegnato nella stesura del piano per la Armata d’Italia, piano che poi per una serie di circostanze di cui ne abbiamo esaminato quella più trainante, ovvero avere sposato l’ingombrantissima amante di uno dei più influenti membri del Direttorio: Barras quello che più di ogni altro aveva determinato la caduta di Robespierre due anni addietro, si era ritrovato ad esserne il realizzatore, non era né migliore, ne’ peggiore di altri suoi coetanei, ma decisamente non godeva del prestigio di Generali un po’ più anziani, magari provenienti dalle strade più disparate come Massena Augereau, Serurier, Moreau, Kellerman padre, che però sarebbero stati meno manovrabili dal Direttorio: un’altra cosa da prendere nella debita considerazione è che c’era inoltre un impianto teorico alla base della formazione comune di tutti i quadri militari dell’esercito della Rivoluzione, un “ saggio generale di tattica militare ” ideato da un ufficiale trentenne, di media nobilta’ il conte di Guibert (1743-1790)  poco più di una ventina d'anni prima  nel 1773. In questo libello di Jacques Antoine Hyppolite Conte di Guibert, veniva  affrontato un nuovo modo di far la guerra che da una parte si rifaceva  alle antiche compagnie di ventura dei primi secoli del millennio, che facevano la guerra giustappunto vivendo di essa e cioè di razzie, di saccheggi, dall’altra rigettava tutta la concezione di rigorosa organizzazione degli eserciti, che era stata coeva alla formazione dei grandi Regni e Imperi, e che probabilmente aveva avuto la realizzazione più congrua con il grande condottiero Principe Eugenio di Savoia (XVII secolo e inizio del XVIII) e del suo amico Duca di Malborough, ed era ancora rappresentata da Federico il Grande, che pure aveva avuto modo di conoscere il “saggio” di Guibert e ne era rimasto molto colpito. Il punto è che tutto il senso del “saggio” di Guibert era volto a demolire la stessa concezione dell’arte militare così come era stata interpretata negli ultimi due secoli ed in particolare proprio in quella prima parte del secolo XVIII, ovvero troppi soldati, troppi cannoni, carriaggi, salmerie, enormi parchi di artiglierie, e quindi una massa elefantiaca, lentissima, quasi totalmente incapace di manovrare; per Guibert bisognava preferenziare l’agilità di truppe scelte, mobili, agili, svincolate da appendici di ogni genere, ovvero bisognava affidare l’azione alla velocità: “se la massa è il corpo di un esercito…” diceva “ …la velocità ne è l’anima” Facendo quindi ritorno al giovane generale Bonaparte impegnato in quel del territorio italiano a scorazzare in lungo e largo alla ricerca di sempre nuovi proventi da estorcere ai vari deboli e pavidi Stati, che ovviamente anche lui aveva la sua copia del “Saggio” di Guibert sempre con sé, possiamo senz’altro affermare che tutta la seconda parte della campagna , quella che si diparte dallo scontro di Borghetto sul Mincio fino a Rivolì è totalmente improntata alla teoria della velocità di Guibert. In quella piena estate del luglio 1796 l’esercito francese era composto da coscritti dai 20 ai 25 anni, mentre l’esercito professionista che si apprestava a ridiscendere le Alpi per riconquistare l’italia aveva un organico di 15/20 anni più vecchio. Il primo sembrava una emanazione delle teorie di Guibert : vivace , mobilissimo, del tutto estraneo alla vita di caserma, quasi non conosceva l’esistenza dei magazzini,delle salmerie, ma si muoveva agilmente per il territorio prendendo quel che gli occorreva dove capitava, il netto contrario dell’esercito che l’Impero Austriaco aveva approntato per riconquistare il terreno perduto, affidandolo ad un Comandante della vecchia scuola il settantaduenne 

Feldmaresciallo Dagobert Sigmund Von Wurmster. Questi si era messo in marcia con un contingente di 50.000 uomini diviso in tre tronconi: sulla destra il generale Quasdanovitch doveva aggirare l’estremità settentrionale del Lago di Garda puntando su Salò e Brescia, il Corpo centrale era al comando dello steso Wurmster e puntava a impadronirsi di tutto il corso sinistro dell’Adige fino a portarsi sulle posizioni di Montebaldo, il terzo agli ordine del Generale Davidovich doveva scendere lungo la destra dell’Adige e sboccare su Verona che per l’intanto era stata occupata da Massena. L’esercito francese era schierato in pianura da Peschiera a Mantova lungo il Mincio fino a Legnago sull’Adige. Tradizionalmente i due eserciti, che numericamente si equivalevano avrebbero manovrato a lungo l’un contro l’altro, ingaggiando sporadici combattimenti, ma anche pragmaticamente questo non conveniva ai francesi e ciò Napoleone, indipendentemente dal suo fervore per le teorie del Guibert, lo avevo capito fin troppo bene: difatti quel vivere di razzie e saccheggi senza né magazzini né carriaggi ne salmerie, lo esponeva ora che il nemico vero era tornato a farsi vedere, ai contraccolpi delle rivolte delle popolazioni che potevano essere pericolosissime, alle spalle di un esercito impegnato in guerra: ed ecco che qui viene fuori quel certo barlume di genialità del personaggio che si era ritrovato al centro di tutto quello sconvolgimento e che in parte, solo in parte giustificherebbe la fama di eccezionalità che gli si stava cucendo addosso : il 31 luglio difatti tolse l’assedio a Mantova gettando i cannoni nel lago e si slanciò contro il lato destro del contingente austriaco sorprendendolo e battendolo a Lonato per ricacciarlo verso Riva del Garda. Un’azione davvero fulminea, che riuscì a bissare sempre verso Lonato volgendosi verso il contingente centrale comandato dallo stesso Wurmster, mentre il gen. Augereau otteneva un ulteriore successo a Castiglione. Diciamo che mai e poi ai la teoria Guibert aveva avuto una conferma così plateale, Napoleone suffragato magnificamente di suoi Generali in seconda Massena Augereau e Serurier era riuscito a sfruttare la mobilità di manovra delle sue truppe, riuscendo a concentrarle nel punto più favorevole e sferrare improvvisi e rapidi attacchi che avevano scompigliato i contingenti nemici. E' vero che la valle del Po rappresentava un campo sperimentale ideale per tutta la dottrina Guibertiana, ma bisogna per la prima volta anche ammettere che il Generale comandante dell'armata d'Italia, stava cominciando a dimostrare i suoi numeri e come fatto cenno, anche ad essere entrato a pieno titolo nella parte che la Fortuna e gli eventi precedenti più un interessato Organo di potere, lo avevano eletto a protagonista. Riorganizzate le sue forze Wurmster provò nuovamente nel settembre  a riconquistare la Valle del Po cercando di saldare  la sua discesa lungo la valle del Brenta fino al caposaldo della Fortezza di Mantova che restava sempre l’unico punto fermo della presenza austiaca  e questo mentre il suo Generale in seconda Davidovich tornava a scendere dalla valle dell’Adige, ma ancora una volta la tattica Guibertiana imperniata sulla velocità ebbe la meglio degli elefantiaci contingenti austriaci cui ogni allungamento delle linee di marcia e di comunicazioni  dovevano essere accompagnti da  spostamento di depositi, carriaggi e salmerie. Manovrando agilmente tra le  le due ali nemiche, Bonaparte operò prima contro Davidovich fcendolo riarretrare verso il Tirolo e quindi si rivolve verso Wurmster  sorprendendolo e battendolo a Bassano. Giusto alla metà di settembre quindi   anche questo secondo tentativo di  riprendere i territori perduti era miseramente fallito e a Wurmster non restava che asserragliarsi a Mantova- Di converso Bonaparte scongiurato il secondo attacco di riconquista austriaca cominciò a modificare il suo comportamento e anche pensiero: se fino ad allora era stato un solerte esecutore delle disposizioni del Direttorio, ora in quei primi di ottobre cominciò a fare un po’ di testa sua, comportandosi come un sovrano in terra di occupazione, difatti non contento di spaventare tutte le popolazioni italiane fino addirittura a comprendere il Papato, denunciò  l’armistizio col Duca di Modena deponendolo e ponendo i popoli di Modena e Reggio sotto la protezione dell’esercito francese. Fatto questo cominciò ad accarezzare l’idea di favorire le aspirazioni indipendentistiche che si erano avuti in vari Stati  e proclamare  una Repubblica federativa composta dai Ducati di Modena di Reggio con l’aggiunta degli Stati di Ferrara e di Bologna, dandole il nome di  Cispadana.

Si è discusso a lungo tra gli storici se fu proprio Napoleone l’ispiratore della idea di una Italia unita, così come se la Rivoluzione abbia  o no inventato  le guerre di propaganda per la libertà  o piuttosto non abbia invece continuato  le guerre di espansione dell’Ancien Regime. Il punto è sempre l’istanza utilitaristica che guidava sia il Direttorio che Bonaparte che vedeva ogni giorno accrescersi la sua influenza e anche il suo potere e ora che era decisamente tramontata la originaria idea di utilizzare l’Italia come corridoio per colpire alle spalle il fronte germanico, ovviamente era alla ricerca di espedienti che gli assicurassero un contesto più favorevole di popolazioni in rivolta, e cosa poteva esservi di meglio che ergersi a paladino della libertà dei popoli, e fomentare le aspirazioni di indipendenza ed anche di una proto unità nazionale dei territori italiani?  D’altronde c’è da rilevare come  nello spazio di pochi giorni l’intera mentalità di tutta la popolazione italiana, si era staccata dall’Ancien Regime e aveva  abbracciato quella della Rivoluzione, portata però dalle baionette dei soldati di un generale di 27 anni, che era riuscito a mettere in riga tutti gli antichi sovrani e persino il Sovrano meno terreno: il Papato. Bonaparte insomma  propose al Direttorio di aiutare il partito pro Rivoluzione nell’Italia centrale non certo per favorire le fumose e indistinte aspirazioni di qualche gruppo di exagitati imbevuti di romanticismo , ma solo per ottenere un po’ di tranquillità nei territori conquistati e costruirsi una base di appoggio, specie sul finire di ottobre  quando fu oramai assodato che l’Austria preparava un’altra spedizione di riconquista dell’Italia affidandone il comando al
generale Joseph Alvinczy von Berberek che il 1 novembre partendo da Gorizia avanzò contro Massena che aveva il suo quartier Generale a Bassano, mentre il Gen Davidovitch scendeva da Bolzano lungo la Valle dell’Adige per attaccare i Francesi a Trento. I due eserciti contavano quindi di riunirsi e marciare su Mantova dove era asserragliato Wurmster : sulle prime le operazioni furono favorevoli agli Imperiali, tanto da indurre Napoleone ad inviare una disperata lettera di aiuto al Direttorio, ma poi per uno di quegli strani casi della sorte, che come abbiamo più volte visto, aveva preso a benvolere il giovane generale, questi  radunando tutte le sue forze   in un supremo sforzo a “la và o la spacca” attaccò frontalmente Alvinczy; in verità aveva fatto un po’ un ragionamento alla teoria di Guibert, questa volta però di segno contrario : si era difatti reso conto che per marciare lungo la pianura veneta Alvinczy aveva molto allungato le sue vie di comunicazione e soprattutto perso contatto coi suoi depositi e rifornimenti, il che non disponendo di un esercito mobile e agile come quello francese,lo poneva senz’altro in condizione di vulnerabilità qualora si fosse individuato un punto, diciamo così di rottura, secondo un concetto di sfinimento strategico e logistico del pesante esercito austriaco; questo punto gli parve di individuare nel ponte sul fiume Alpone a ridosso del Villaggio di Arcole  e qui difatti concentro’ tutti i suoi sforzi, sapendo bene che doveva battere Alvinczy prima che si congiungesse con Davidovitch;  addirittura nel fervore dell’azione, preso un tricolore, si slanciò in prima persona nell’attacco partecipando di persona all’attacco che per poco non finì davvero tragicamente, dato che nella foga dell'azione il comandante in capo,  cadde malamente in un fosso a ridosso del Ponte di Arcole  e sarebbe stato certamente fatto  prigioniero, se non si fosse lanciato in suo aiuto l’aiutante di campo Gen. Berthier.
La verità e’ che la battaglia di Arcole, dopo tre giorni di accaniti combattimenti, che avevano visto sia  Bonaparte che  i suoi due generali in sottordine Massena e Augereau bloccati, il primo a nord della cittadina, il secondo frontalmente sul Ponte, ancora una volta fu decisa da un magistrale intervento di Massena, che riuscì ad ingannare gli austriaci piazzando una sola Brigata delle sue truppe fuori l’abitato di Arcole, nascondendone il resto nella vegetazione e quindi attirandoli fuori la cittadina e sbaragliarli. Visto il successo di tale azione anche Napoleone fece qualcosa di simile, difatti radunato un piccolo contingente della sua Guardia del Corpo, lo spinse a guadare il fiume in un punto nascosto  per poi lanciarsi  con tanto di squilli di trombe sul retro delle posizioni austriache di Arcole, facendo loro credere di trovarsi attaccati alle spalle da un grande reparto. Quindi gli austriaci subito si ritirarono verso nord convinti di un imminente attacco in forze francese. Grazie a questo stratagemma i reparti che bloccavano Augereau sbandarono dando l'occasione al generale francese di riunirsi con Masséna nell'ormai libera Arcole, da dove, assieme ai soldati provenienti da Legnago, dilagarono nelle zone circostanti. Alvinczy, di fronte a quella che gli sembrò una grave minaccia alle sue retrovie, ordinò la ritirata su Vicenza. Con un prezzo di 4500 perdite in tre giorni di furiosi combattimenti, Napoleone aveva definitivamente stroncato il tentativo di Alvinczy di riunirsi con Davidovich e liberare l’Italia centrale. Con 7.000 uomini in meno, morti, feriti o presi prigionieri ad Arcole, Alvinczy riuscì a malapena a ritornare a Trento abbandonando del tutto il progetto di liberare Mantova.

domenica 29 ottobre 2023

DAL PONTE DI LODI LA SCENOGRAFIA DELLA FARSA


 E' da questa battaglia svoltasi sul Ponte di Lodi, non di rilevante importanza militare, ma di enorme  importanza psicologica, in quanto punto di origine del mito Napoleone così come si è andato costruendo nell'immaginario collettivo della storia, che si diparte tutto il nostro  ragionamento di "recitare una parte"  che come detto nel precedente articolo fa seguito ed è in correlazione  con quello dello storico Guglielmo Ferrero.   Di fondamentale importanza il fatto che proprio l'interessato ovvero il non ancora ventisettenne generale Napoleone Bonaparte, contribuì non poco alla formazione di questo vero e proprio mito, asserendo nelle sue memorie  che in  lui la visione della futura grandezza gli derivò appunto da quella battaglia " Fu solo nella serata di Lodi "raccontò nelle sue memorie "che cominciai a ritenermi un uomo superiore e che nutrii l'ambizione di realizzare grandi cose...." il fatto degno di nota è che la stessa cosa scaturì non in una, la piu' importante ovvero quella di Paul
BARRAS
Barras,  ma in tutte le menti del Direttorio ivi compreso nelle menti dei Generali che all'unisono con lui compreso, avevano fissate le disposizioni del piano di cui, non dimentichiamolo mai, fino allora, lui che si era ritrovato per una somma di fortuite circostanze ad assumerne l'onere/onore di realizzarlo, vi si era attenuto in maniera  esemplare.  Difatti il Direttorio, preso atto con  gradita sorpresa  che le notizie del fronte italiano avevano un favorevolissimo impatto in tutta la Francia, pensò bene di enfatizzare quella scelta, che a parte i sottesi favori, le regalie, ed anche i  compromessi,  risultava esclusivamente propria, pensò bene di enfatizzare la figura del giovane fino ad un paio di mesi prima completamente sconosciuto Generale,  quasi costituendo un eco a quelle impressioni del tutto soggettive del protagonista. Poco importanza aveva il fatto che in verità la battaglia di Lodi era stata in realtà uno scontro  vinto contro una retroguardia nemica, lasciata di presidio a Lodi,  su disposizione di  Beaulieu,  di fermare l’avanzata francese giusto il tempo  da consentire al grosso dell’esercito austriaco  di ritirarsi oltre l’Adda, questo dopo che  Napoleone aveva violato la sovranità  del Ducato di Parma per attraversare il Po a Piacenza impossibilitato a farlo nel tratto di confine con la Lombardia,  dato che in ossequio alla sua esemplare ritirata strategica Beaulieu  aveva distrutto tutti i ponti di tale tratto e requisito tutte le barche.
 
L’agiografia storica e non solo quella napoleonica  si è sempre compiaciuta di mostrare la differenza tra i due Generali  Beaulieu e Bonaparte,  il primo  quasi un vecchio trombone ancorato a regole e condotte di guerra sorpassate  mentre il secondo portatore delle idee nuove dei tempi che di tali regole si facevano beffe, con differenti strategie:   prendendo a motivo   proprio questa occasione in cui il Bonaparte aveva ovviato alla distruzione dei ponti e  alla requisizione di tutte le barche  del tratto di confine con la Lombardia che Beaulieu aveva effettuato,  invadendo  il neutrale Ducato di Parma per attraversare il fiume a Piacenza  e trovarsi di fronte quindi a fronte dell’esercito nemico. Ma anche questa è più leggenda che storia, o perlomeno una gonfiatura:  difatti   Beaulieu dopo l’armistizio di Cherasco e la defezione del Piemonte, non aveva nessuna intenzione di accettare una battaglia campale con l’Armata  Francese, anche perché questa proprio in virtù della “messa in scena” che stava cominciando ad ordirsi del generale invincibile,  questi aveva  ricevuti notevoli rinforzi di uomini e materiali ed era in netta superiorità numerica: la verità è che Bealieu stava effettuando una perfetta ritirata strategica e per farla, ponendo il grosso del suo esercito al sicuro oltre l’Adda, aveva anche usato lo stesso stratagemma utilizzato dal suo più giovane antagonista: invadere uno Stato neutrale, nella fattispecie la Repubblica di Venezia. Quindi neppure quella di un nuovo modo di fare  le guerra secondo lo spirito della Rivoluzione,  che se ne irrideva di tutte le regole della guerra del XVIII secolo,  era una verità, tant’è che proprio un Generale di quella vecchia scuola l’aveva utilizzata senza problemi. La verità è che Napoleone fece mostra di una sorta di abbaglio, che tendera’ spesso a ripetere  e che già di per sé inficia quella nomea di grande stratega e generale invincibile che contemporanei e posteri gli hanno attribuita : non valutare con esattezza l’entità delle forze nemiche:  qui a Lodi si tratto’ di una sopravvalutazione,  ovvero scambiò una retroguardia per l’intero esercito nemico, a Marengo quattro anni dopo, si ebbe il netto contrario:  scambio’ l’intero esercito austriaco per una retroguardia. Ora, se nel primo caso lo sbaglio fu facilmente riparato ed anzi si potè, anche da parte del Direttorio,  gonfiare la cosa e farla passare per una grande vittoria: a Marengo se non ci fosse stata la disubbidienza di un suo  sottoposto il Generale Desaix che contrariamente agli ordini che gli erano stati impartiti, fece marcia indietro con le sue  due Divisioni, e le scaglio’ contro l’esercito nemico che già si era impadronito del campo di battaglia, sarebbe stata certamente la disfatta e non quella straordinaria vittoria, di gran lunga la preferita da Napoleone, caratterizzata da quella mitica frase non sua, ma proprio di quel generale Desaix che aveva disubbidito ai suoi ordini :
“una battaglia è perduta? c’è il tempo di vincerne un’altra!” frase che non si è neppure sicuri della sua effettiva pronuncia da parte del giovane Generale (era coetaneo di Bonaparte)   prima di perdere la vita colpito in pieno petto da una palla nemica appena slanciatosi alla testa delle sue Divisioni contro gli austriaci, frase che  ovviamente fu fatta passare per vera, destinata a rimanere per sempre nell’immaginario dell’epopea napoleonica, anche se a ben vedere avrebbe dovuto rappresentarne la relatività. Torniamo quindi al cospetto di quella quasi magica entità che cominciava a seguire il Generale Bonaparte, la Fortuna e di certo una sua ancora più fortuita circostanza che metteva in correlazione le vicende belliche  del generale con le aspettative che il popolo francese si aspettava da lui e il  Direttorio che si premurava di confezionargliele  adeguatamente. Che questa ulteriore manifestazione della Fortuna non fosse, militarmente parlando, niente di così straordinario lo deduciamo dalla semplice cronologia degli episodi salienti della battaglia di Lodi : le avanguardie francesi arrivarono diffatti in vista di Lodi nelle prime ore della mattina del 10 maggio, quando ormai l'intero esercito austriaco era in salvo oltre l'Adda, mentre alla difesa della cittadina era, come abbiamo fatto cenno, rimasta  una retroguardia di 10.000 uomini agli ordini del generale Karl Philipp Sebottendorf. Questi aveva piazzato tre battaglioni e sei cannoni in posizioni che dominavano il ponte di Lodi e la strada d'accesso e altre due sezioni di tre pezzi l'una erano appostate in ogni lato della strada. Napoleone attaccò frontalmente  sul ponte con i Granatieri, mentre con un contingente di cavalleria cercava  di guadagnare un guado per aggirare gli austriaci: l’assalto  dei granatieri fu però fermato  proprio a meta’ del ponte, sicché il Generale Massena si vide costretto ad intervenire e con il concorso di altri generali Berthier, Dallemagne e Cervoni  riuscì a guadagnare la sponda opposta. Un contrattacco di Sebottendorf fece quasi riprendere agli austriaci il ponte, ma sempre il solito  Masséna cui si aggiunse l’apporto di un altro dei Generali in seconda di Bonaparte, Augereau, riuscì a stroncare  l'azione irrompendo nelle linee nemiche, favoriti i due comandanti in seconda dell’Armata nel pieno successo,  dal provvidenziale arrivo dei cavalieri del Gen. Ordener che nel frattempo avevano trovato un guado. Sebottendorf si disimpegnò subito e si ritirò verso il grosso delle forze di Beaulieu, lasciandosi dietro 153 morti, 1.700 prigionieri e 16 cannoni. I francesi ebbero in totale 350 perdite,  pertanto possiamo concludere  che  la  vittoria di  Lodi fu ben lungi dall'essere un grande successo così come fu subito rappresentata ed anche così come  è stata tramandata, difatti fu  conseguita su di una semplice retroguardia dell’esercito principale, il cui Generale subordinato Sebottendorf riuscì a disimpegnarsi con quasi tutte  le sue truppe per confluire nella perfetta ritirata strategica del comandante in capo Beaulieu, che a conti fatti non fu affatto quel pigmeo rispetto al gigante  cui la storia ha voluto tramandarlo.
Da una parte Napoleone non fu esattamente quell’interprete straordinario di novello genio militare, cui proprio da quei tempi è stato cominciato ad additarsi; dall’altra Beaulieu, come abbiamo appena visto, fu tutto tranne che un incauto e sfortunato generale che ebbe a cimentarsi contro il “genio” per antonomasia , venendo battuto a ripetizione, ma un oculato stratega, magari non di fase offensiva, ma di certo un vero maestro di ritirate strategiche. Abbiamo visto che a creare, specie la prima di “leggenda” fu proprio il Direttorio per motivi di opportunità e convenienza: conveniva difatti ad un Organo di Governo, asceso così rocambolescamente al potere, senza alcuna leggittimizzazione legale e popolare, sfruttare le occasioni della Fortuna, quale si presentassero, per oscure e contraddittorie che fossero, ecco! proprio del tipo di un generale venuto dal niente, praticamente senza una carriera a sostegno, con un incarico avuto piu’ che altro per camarille “di letto” e che potesse essere investito di una gloria tutta da gonfiarsi, appunto fargli “recitare quella parte” che abbiamo ripreso dalle tesi di un vecchio e dimenticato storico e che oggi in una fase della storia del mondo, che questo “recitare una parte” sembra diventata una caratteristica non solo episodica o accessoria di “esser-ci”, dovrà essere argomento di approfondimento e dovrà essere sviscerata fino all’esaurimento. In effetti conveniva al Direttorio, conveniva a quel po’ di Rivoluzione che ancora accompagnava il Popolo francese, conveniva alla guerra in corso contro le coalizioni europee, conveniva anche alle finanze dello Stato, sempre in cerca di soldi, che un Esercito sul campo provvedesse a emettere tributi, fissare indennita’ di guerra, fare razzie e incetta di opere artistiche dei territori che via via occupava, il tutto da inviare sollecitamente alla madre patria: un qualcosa quindi, questa supposta grandezza che alla fin fine, come abbiamo visto dalle memorie dello stesso Napoleone della notte successiva allo scontro di Lodi, stava cominciando a far breccia, innanzi tutto su se stesso sulla sua particolare personalità che per la prima volta si sentiva come investito di un potere straordinario e che di lì a poco, possiamo stare tranquilli, tutti, ma proprio tutti, amici e nemici, popolino e grandi uomini, contemporanei e posteri, gli riconosceranno tutti, all’unisono. C’era uno dei punti elencati che dobbiamo esaminare con maggior dettaglio, strettamente correlato alla questione del recitare una parte e del gonfiarne i connotati : la questione del chiedere denaro come indennità ai vari Stati cui l’esercito si trovava a passare e operare razzie, un po’ a mo’ di vecchio esercito di ventura, in stretta associazione col suo impatto di minaccia e terrore verso le popolazioni: in questo Napoleone si cimenta alla vigilia della battaglia di Lodi invadendo la neutralità del Ducato di Parma, ma non solo limitandosi ad occuparne i territori e requisendo tutte le imbarcazioni per il passaggio del fiume, ma altresì fissando una indennità e operando ruberie. Ecco precisamente fa subito dopo, lo stesso, indentrandosi nel Milanese e anzi rincarando la dose, andandoci giu’ con mano molto più pesante: chiede al Ducato di Milano 20.000 franchi una cima enorme per il cui pagamento indubbiamente il Ducato non si sarebbe potuto esimere senza imporre una tassazione a tappeto di tutti gli abitanti, e non solo ma alquanto contrariato che il Direttorio gli ha imposto di cedere metà del comando della sua Armata al Gen. Kellerman, figlio del famosissimo generale della cannonata di Valmy del ’92, si lascia andare a lanciare proclami con minacce di saccheggi, plotoni di esecuzioni se non verra’ esaudito : In merito allo sdoppiamento dell’Armata come al solito ubbidisce anche se controbatte con una amara lettera ove più che alla divisione dell’Armata, si cruccia del fatto che non si pensi più a quella “manoeuvre sur le derriere” che era stata fissata dal famoso piano dei Generali del Direttorio di invasione della Germania nel 1795 (tra cui lui stesso) , ma unicamente a ricacciare in Tirolo gli Austriaci, cosa appunto che il Direttorio lasciava intendere di voler incaricare Kellerman e di converso, per lui, stabilire una sorta di raid per l’Italia centrale fino all’occupazione di Livorno che solo molto genericamente avrebbe dovuto fiaccare la resistenza dell’intero Paese ed anche di forze inglesi che lo presidiavano: la verità e’ che il Direttorio abbagliato dai proventi che gli arrivavano dalle incursioni del suo Generale, nei vari Stati italiani, non aveva altre raccomandazioni se non quelle di insistere in questa pratica di non solo “finanziare la guerra con la guerra” , ma fare assai di più : finanziare l’intera Francia di moneta sonante e altresì foraggiarla di opere d’arte, di magnificenze, di tesori. Così anche di quella suddivisione del comando d’armata, dopo la equilibrata ma ferma risposta di Bonaparte, che come si vede comincia a essere uno che sa il fatto suo, non se ne fa più nulla (ha troppo paura il Direttorio di perdere la sua gallina dalle uova d’oro) e anzi Kellerman è inviato in Italia con 10.000 uomini di rinforzo ma in sottordine a Bonaparte. Diciamo che dopo Lodi e con la presa di Milano, la Fortuna gioca sempre alla grande, però, e’ doveroso notare che il suo massimo beneficiario ci mette ogni volta qualcosa in più di suo : si d’accordo era stato un abile spauracchio per i vari per lo più imbelli Stati Italiani, ivi compresa la Repubblica di Venezia che il Direttorio si raccomandava di considerare potenza non amica e pertanto invadere con tutta tranquillità i suoi territori e richiedere le solite indennità e fare le solite requisizioni di tesori e opere d’arte, ma ora si slancia con foga contro la linea del Mincio verso Borghetto dove costringe Beaulieu alla sua solita ritirata strategica oramai nella valle dell’Adige tranquillamente verso il Tirolo, ma disimpegnando suoi 20 battaglioni alla difesa della estrema fortezza di Mantova che a questo punto, in quella seconda parte di maggio 1796 era l’ultima fortificazione austriaca di tutta la Lombardia. Neppure Borghetto era stata una grande vittoria, però come al solito aveva lasciato Napoleone padrone del campo e questo tradotto nel linguaggio per il Direttorio, significava altre cospique entrate, mentre da parte dello stesso Direttorio significava profferire ulteriori allori, sempre per quella parte da gonfiare e da fare recitare al più che volenteroso comandante in capo. Insomma parliamoci chiaro: il Direttorio diventa davvero quel punto di coagulo di tutte le operazioni che in qualche modo finiscono nelle sue casse e in qualche modo all’intera cittadinanza e quindi si fa anche cassa di risonanza in merito alle imprese di quel, fino a ieri sconosciuto Generale. Un destino fatto di alcune secondarie battaglie, parecchie scaramucce, una grande dose di fortuna, che si è compiaciuta di fissare la sua mano su di un paio di località e vere e proprie sequenze, magari prefissate di eventi, come la defezione Savoiarda all’Austria e l’armistizio di Cherasco, l’abbandono quasi senza colpo ferire di Ceva e poi del Ponte di Lodi presidiato solo da una retroguardia, mentre il grosso dell’Esercito era oramai al sicuro, Generali avversari, sia quello savoiardo Colli, che quello austriaco Beaulieiu, per nulla dominati dalla genialità del giovane comandante francese, ma che anzi erano stati più che altro degli abili tessitori di ritirate strategiche ed infine neppure messi in scacco dai tempi nuovi della Rivoluzione, con la leggenda che imponevano metodi e strategie diverse di guerra, senza rispetto di regole, osservanza di patti, rispetto di neutralità di Paesi non ostili, perché se questa fu una delle peculiarità di Bonaparte di certo il comandante austriaco non fu da meno, tant’è che, per ritirarsi oltre il Mincio non si curò minimamente di infrangere la neutralità della Repubblica di Venezia. Semmai, ecco si può dire che Napoleone lo fece molto di più, ma non ci illudiamo, in questo costantemente istigato dal Direttorio, che raccomandava di non considerare più alcun Paese neutrale, ma tutti alla stregua di possibili alleati del nemico e pertanto utilizzare la forza delle armi per indurre i pavidi, ma ricchi e floridi Paesi italiani a pagare tributi e a consentire il sistematico spoglio dei loro tesori e opere d’arte. La verità è che non è Napoleone, né nessuno dei suoi Generali e soldati, il responsabile dell’avventura italiana e delle sue immense conseguenze, dice ancora Ferrero, nel sistematico ragguaglio che la sua opera “Avventura” ha con il presente scritto: il responsabile è il Direttorio, il Direttorio, come abbiamo già osservato, organo direttivo e di governo illegittimo, il quale non potendo trovare alcun principio di diritto nel suo operare, ecco che all’improvviso lo aveva trovato in alcune secondarie imprese militari su di un fronte secondario, in merito ad una sua sorta di scommessa su di un generale sconosciuto che grazie anche a indubbi colpi di fortuna aveva colpito l’immaginazione delle folle. Bhe! superfluo dire che se quel Generale era frastornato, tutto il Direttorio quasi non credeva a quanto si stava compiendo sotto ai suoi occhi: la creazione di un Mito, in linea coi tempi di infatuazione romantica, dell’uomo solo e sconosciuto che in forza del suo talento, del suo genio, della sua grandezza degna di essere accostata ai più grandi condottieri, che trionfa su tutto e su tutti e non solo;
ma a parte questa fama che difatti da Parigi comincerà a caldeggiare, a gonfiare ogni oltre limite, si profila questa straordinaria occasione di trarre, grazie al ricco e sguarnito serbatoio italiano, profitti immensi in una guerra che stava facendo ben più di quella medioevale delle compagnie di ventura, che come abbiamo osservato si finanziava da sola: questa è una guerra che per la prima volta nella storia, finanzia e arricchisce la Nazione che l’ha ingenerata. Possiamo a contrapasso di tal ragionamento, dire che la figura del giovane generale Bonaparte stava emergendo dalle brume della storia con caratteristiche invero uniche e inusitate: anche ai tempi di Roma c’era l’Homo Novus, Caio Mario, Agrippa, Seiano, Vespasiano, ma era sempre inserito in un contesto preordinato senza possibilità di essere troppo innalzato sulle masse se non con il meccanismo dell’adozione o di quello estremo della deificazione; per tutta la storia dell’umanità fino alla Rivoluzione Industriale, nessuno, se non eccezionalmente Capitani di Ventura, Banchieri, Magistrati che riuscivano ad ascendere alla guida di una Signoria, ma mai comunque a livello di Regno o di Impero, erano riusciti ad emergere in modo così netto: è con la Rivoluzione Industriale che ora per la prima volta si diparte questa nuova possibilità essendovi tutta un’altra serie di parametri in gioco : anzitutto quello fondamentale che non è più l’uomo il riferimento principale dell’essere al mondo, bensì la macchina: equiparato ad una macchina anche l’essere umano può essere oggetto di costruzione, di assemblaggio, di sostituzione, di demolizione, e questo attribuendogli anche una serie di qualità accessorie, tipo una bella coloritura, la lucidatura di condotti, materiali più pregiati etc. L’uomo viene espropriato della sua essenza ma assume il senso del suo apparire, ed ecco che, per favorire questo apparire, possono essere messi in campo tutta una serie di espedienti, la pubblicizzazione, l’esaltazione, la gonfiatura, spesso e volentieri del tutto arbitrarie delle sue gesta, o meglio quelle che si vuole che siano passate per gesta, quindi fargli “recitare una parte” e fare in modo che questo recitare una parte sia del tutto indistinguibile dal farla per davvero. Ferrero parla di strano destino che Napoleone Bonaparte sia stato nel contempo il più celebre e il piu’ sconosciuto degli uomini: un uomo che il mondo non doveva mai conoscere tale quale è stato, un uomo di cui si sarebbe visto un doppione creato dall’immaginazione credula delle folle: Io non credo che possiamo parlare di “strano destino” : è il destino dell’uomo moderno venuto fuori dalla Rivoluzione Industriale, venuto dalla sua identificazione con la macchina, il meccanismo, l’ingranaggio, che ha fatto si che oramai la sua identità non sia recuperabile se non nella molteplicità dei suoi apparire, nella proliferazione di sempre nuove “parti” che una società sempre più atomizzata e spersonalizzata non ha fatto altro che assegnargli in questi ultimi due secoli e mezzo. Siamo, da una parte con “l’uomo ad una dimensione” di Marcuse, ravvediamo l’insetto di Kafka, da lontano la Balena bianca di Melville, quindi l’eterno Dottor Faust alle prese con il Mefistofele di Goethe, che si fa la malattia commista però all’arte nel Doctor Faust di Thomas Mann, ma si ritorce in se stesso rispetto al potere costituito nel libro del figlio di Thomas, Klaus Mann:
Mephisto . E’ l’uomo che non ha mai più ritrovato se’ stesso, perdendolo nella frammentarietà delle sue rappresentazioni e delle sue identificazioni, tutti quei “recitare una parte” hanno seppellito l’unica vera parte di se stesso, sicchè alla fine proprio come i personaggi di Pirandello, si ritrova anch’egli in cerca di autore.


L'UNIVERSO UBBIDIENTE (O NO)?

  L’intero Universo potrebbe,  e dico potrebbe, obbedire alle leggi che un gruppetto di geni dei primi trent’anni del XX secolo,  era andato...